Recensione
Mario Baudino, La Stampa, 10/11/2011

Lawrence con la sua Lady in cerca di indecenza

D. H. Lawrence ne era certo fin dall’inizio: stava mettendo mano mano al «romanzo più sconveniente che sia mai stato scritto, e com’è vero Dio lo troveresti pura e semplice pornografia», proclamò orgogliosamente in una lettera del ‘26 dall’Italia, dove aveva preso in affitto una villa a Scandicci, nei dintorni di Firenze. In un’altra spiegò: «E’ ciò che il mondo chiamerebbe indecente», usando lo stesso aggettivo, improper , che in inglese indica indecenza e soprattutto sconvenienza. Era già un autore affermato, dopo Figli e amanti , Donne in Amore , Il Serpente piumato . Non gli interessava la pornografia. Aveva la ferma intenzione di piazzare una mina nel corpo del perbenismo soprattutto britannico, in nome di quella che definiva la «coscienza fallica». Era figlio di minatori, in fondo.

Così fece. E L’amante di Lady Chatterley si rivelò, da questo punto di vista, piuttosto devastante, se si pensa che dopo il processo e il bando per oscenità in Inghilterra il romanzo è tornato sugli scaffali solo nel 1960: oggi la sua «sconvenienza» può far sorridere, ma per un mucchio di tempo fu una cosa piuttosto seria, insieme alla considerazione che era assolutamente sconveniente per una Lady avere rapporti sessuali con gente del popolo. Il romanzo, pubblicato a Firenze nel 1928 dall’amico libraio Pino Orioli, grande bibliofilo ancora digiuno di inglese (ne uscirono mille bellissime copie zeppe di errori) ha avuto una sorte che può ricordare quella di Ultimo tango a Parigi , il film di Bertolucci.

In entrambi i casi lo scandalo nacque dal modo più o meno esplicito in cui venne rappresentato un rapporto «contronatura» fra un uomo e una donna. Nel Regno Unito questa pratica sessuale era proibita per legge, costituiva un crimine anche all’interno del matrimonio. Figuriamoci con un amante, guardacaccia, come avviene nel libro. Lawrence aveva timore anche di far battere a macchina quel che andava scrivendo. E ciò nonostante scrisse e riscrisse, tanto che si decise per la pubblicazione solo alla terza versione. Si può immaginare che l’avesse emendata, limata, forse attutita, che in qualche modo fossero insorti dei pentimenti o delle strategie metaforiche. Ebbene no: le stesure provvisorie di Lady Chatterley erano, per così dire, molto più castigate.

D. H. Lawrence voleva di più, ovviamente non in termini di scandalo. Voleva essere più radicale, voleva davvero il libro «più sconveniente» mai scritto. Per dimostrarlo, l’editore Donzelli manda in libreria, con prefazione di Nadia Fusini, proprio L’amante di Lady Chatterley seconda versione , molto simile alla terza e definitiva nella struttura generale salvo per il fatto che il guardacaccia si chiama Parkin e non Mellors. Non è mai arrivata al grosso dei lettori; anche nel mondo anglosassone (col vecchio titolo John Thomas e Lady Jane ) è sempre stata considerata una pubblicazione specialistica. In Italia è ben poco nota, introvabile in libreria da almeno vent’anni. Ed è una lettura interessante per vari aspetti.

Lady Chatterley ama correre nuda sotto la pioggia in atmosfere quasi d’annunziane, è meno determinata della sua definita incarnazione. E poi soprattutto, come spiega la Fusini, è più delicata, lirica, in una parola «gentile». Tanto che lo scrittore inglese era tentato di intitolare il romanzo Tenerezza . Lui era in guerra contro la paura del corpo, della sensualità, dell’amore, della carne. Ricorda la Fusini per Lawrence «solo una trasformazione della coscienza» poteva far capire ai lettori che il suo libro scopriva «il bene della tenerezza, non il male dell’oscenità». Però non si decideva a pubblicare, gli mancava qualcosa, e tornava a riscrivere. Quando fa parlare Parkin, il guardacaccia-amante, «è come se volesse resuscitare nella sua bocca una specie di paradiso perduto - spiega ancora la Fusini -. Una specie di lingua adamica dove le parole sono semplici e pure. Sacre e segrete. Mentre il male è nell’eufemismo».

La terza versione, quella definitiva, suona come la sconfitta di ogni eufemismo (o quasi: ma le cose sono molto cambiate da allora). Forse la seconda sarebbe passata indenne fra le maglie della legge. La terza no; e, come dimostrò il processo, proprio a causa del sedicesimo capitolo. Lo scrittore, bisogna pur dirlo, se la cercò. Perché se leggiamo la stessa scena nella seconda versione (al dodicesimo capitolo) assistiamo ancora a ancora una strategia dell’eufemismo. Tutto sommato, si capisce e non si capisce, e a Lawrence non bastava. Voleva che la sua idea di amore come sacralità del sesso, sprofondamento e superamento della vergogna, esperienza totale, fosse chiara e sconvolgente. E’ passato molto tempo, e certo Lady Chatterley non è il primo testo letterario in cui si parla di argomenti simili. Per certi versi è anche un po’ invecchiato. Ma senza la seconda versione, non avremmo mai saputo fino a che punto lo scrittore era fermamente animato da «cattive intenzioni».