Recensione
Carl Schrade, L'Unità, 03/11/2011

I miei durissimi 11 anni nei campi di concentramento

L’ospedale dei detenuti è diretto da un medico civile «convenzionato» dalle SS, il dottor Heinz Schmitz. All’inizio, era sotto gli ordini del comandante medico SS Schnabel, ma in brevissimo tempo, grazie a intrighi e manovre di ogni tipo, il dottor Schmitz ha ottenuto da parte del comando del campo piena libertà di azione: non migliorando la sorte dei malati che gli erano affidati, ma esasperando i metodi più criminali di distruzione all’interno delle baracche dell’infermeria, e trascurando completamente l’igiene del campo, già così scarsa e penosa. Al dottor Schnabel piaceva bere. Quanto al dottor Schmitz, egli è un ubriacone raffinato, un esteta dell’alcol, un maniaco di tutto quello che inebria ed eccita. Mentre Schnabel rimaneva inoffensivo, Schmitz è estremamente pericoloso. Il suo vizio non lo indebolisce. Lo infiamma, lo stimola, e allora ogni cosa è permessa: chirurgo dotato di un vero talento, quest’uomo privo di ogni senso morale, che si avvale di un’intelligenza pronta e vivace, farà regnare nel Revier un clima di terrore e di follia. Si è sostenuto che lui stesso fosse un anormale; ci resta difficile crederlo, poiché la sua lucidità di spirito era notevole. Ingannarlo era un gioco pericoloso: vedeva tutto, sentiva tutto, indovinava prontamente e sapeva comandare. (...) Nelle mie nuove funzioni, lavoro dalle sedici alle diciotto ore al giorno. Si comincia alle 4.30 del mattino. Si presentano i primi malati: hanno tutti la febbre alta, soffrono di dolori al ventre, ai reni, di reumatismi, di piaghe suppuranti, di mille altri mali acuti e gravi. Alcuni sono stanchi di camminare. I loro cantieri sono situati a 4chilometri dal campo, e fanno questo tragitto ogni giorno da mesi. Tutti sono sfibrati e vorrebbero riposarsi, anche un solo giorno. Non posso rilasciare loro che un modulo con l’autorizzazione a presentarsi alla visita medica. Con questo pezzo di carta, i compagni malati si presentano ai loro capi di Block che li cancellano dal Kommando in cui lavorano. Poi aspettano il medico, all’aperto, con qualsiasi tempo: un uomo che lavora non ha diritto a nessun riguardo. LE MEDICAZIONI (...)Due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, ci sono le sedute di «ambulanza» esterna, vale a dire le medicazioni. Solo due volte a settimana sfila in riga per cinque l’immenso corteo degli appestati e dei lebbrosi che vengono a farsi rinnovare sulle piaghe purulente la superficiale fasciatura… di carta. Ulcere varicose, flemmoni diffusi agli arti, ascessi, foruncoli, e quelle abominevoli piaghe di ogni tipo la cui bruttezza e il cui fetore ricordano le più antiche putrefazioni dei secoli andati. Spaventosa coorte d’uomini, che vengono a centinaia a battere come una fiumana gemente gli scalini dell’infermeria. L’estate possiamo effettuare queste sedute di medicazione all’aperto. Ma durante la cattiva stagione, bisogna lavorare in una saletta di trenta metri quadrati, dove si accalcano sessanta persone: i medici e gli infermieri, dieci in tutto, lavorano senza sosta per più di due ore. Dispongono di un’irrisoria quantità di prodotti, niente garze, nessuno strumento adeguato. Si calcola che se si vogliono far passare tutti, la medicazione di un malato può durare al massimo tre minuti. Le fasciature di carta ovviamente non hanno alcuna resistenza. Il pus e gli umori le trapassano in poco tempo. La pioggia, il fango, il sudore le rompono facilmente. È una presa in giro, uno scandalo far fasciare persone così infettate con un materiale di scarto. È per questo che prendo l’iniziativa clandestina di far venire presto ogni sera i malati alla medicazione, in modo tale da poter lavare per bene le loro piaghe ed a sostituire i bendaggi, che così tengono un po’ meglio. Insomma, ognuno alle spalle di Schmitz s’ingegna per fare un lavoro il più possibile appropriato e serio. Il consumo di bende di carta raggiunge ovviamente un livello elevato, ma grazie a Dio questo genere non ci viene contingentato. Chi ha visto ogni sera queste penose colonne d’uomini sofferenti e claudicanti trascinarsi, sostenersi e portarsi l’uno con l’altro, tremanti in attesa davanti alla stretta porta dell’ambulatorio, supplicando che li si faccia entrare al più presto, a volte ahimè perfino picchiandosi per essere primi, chi ha disfatto quelle fasciature imbrattate e putride, pulito quel marciume, chi per ore e ore, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ha tentato di arginare questo flusso di martiri e di moribondi pensando semplicemente che con un po’ di buona volontà, qualche medicamento supplementare, qualche misura umana, questo torrente di dolore e di lacrime poteva cessare, chi ha fatto questo non può guarire il proprio animo da un terribile sconforto, da un’amara disperazione. Sì, ho speso undici anni della mia vita, undici anni della mia giovinezza e delle mie forze fisiche e mentali in questi crogiuoli di abietta miseria, ma le prove e le sofferenze che ho sopportato personalmente non sono niente di fronte a questo infinito numero di morti, a questa piramide iniqua e mostruosa che precipita nelle fiamme, morti cinicamente voluti dal più criminale dei tiranni contemporanei e dal suo regime diabolico, la cui bestialità non conosce limiti… Arriva la sera, sono sfinito nel corpo e nell’anima. L’orribile film della giornata scorre ancora davanti ai miei occhi. Mi stendo tutto vestito sulla mia cuccetta. Ascolto il rumore immenso, l’eco irreale dei lamenti e dei gemiti che si è appena spenta. Interrogo la mia coscienza: ho fatto tutto quello che occorreva? Ho dato tutto quello che era in mio potere? Abbiamo salvato esistenze che sono venute a trascinare le loro ultime forze ai nostri piedi? Non abbiamo lasciato scappare l’ultimo uomo esangue e afono che stanotte uscirà dal suo Block, titubante e perduto, per andarsi a buttare sul filo spinato, sulla corrente ad alta tensione, sotto le mitragliatrici delle torrette? È impossibile dormire, è impossibile anche mangiare. Passa la sentinella, fa scorrere la lama di luce della sua lampada sul mio viso, scuote la testa tristemente, mi augura qualcosa e se ne va: fantasma, ombra, nuvola d’uomo un tempo felice e libero. Sapremo un giorno ritrovare la gioia di vivere?