Recensione
Massimo Onofri, Avvenire - Agorà, 21/10/2011

Il respiro di Roma e la prosa dipinta di Carlo Levi

L’ha pubblicato Donzelli che va riproponendo da anni, con devozione ma in piena coerenza col suo più generale progetto editoriale , l’opera anche dispersa di Carlo Levi. Sto parlando di “Roma fuggitiva”: a raccogliere – insieme alle bellissime foto del 1956 di Allan Hailstone - gli scritti dedicati alla città eterna, tra il 1951 e il 1963, già apparsi su giornali e riviste ( ma anche inediti) , che l’autore del “Cristo si è fermato a Eboli” avrebbe voluto così intitolare, ispirandosi a un verso che credeva di Gongora e invece era di Quevedo. Dico eterna con cognizione di causa: non altrimenti, se non in opposizione ad eterna, va infatti letto il “fuggitiva” del titolo. Sulle cui “sottili suggestioni” Giulio Ferrosi, (autore anche dell’introduzione) acutamente almanacca nella densa postfazione che chiude il volume, prima delle utili note al testo della curatrice Gigliola De Donato, non senza fermare, però, il significato che Levi stesso voleva dare all’aggettivo, riferendosi ai ritornanti tentativi di “Restaurazione” della immobile classe dirigente italiana, con la loro cosa di scandali, speculazioni e affari, riluttanti a sparire sull’onda di quel progresso economico e morale cui il progressista Levi non smise mai di credere: involando dentro quel futuro, che immaginava di sicuro riscatto popolare, il “cuore antico” dell’Italia integra e operosa che aveva celebrato nel suo capolavoro lucano. Un’illusione, lo sappiamo: e dolorosissima. Quel popolo romano, bellianamente immobile nella sua “piccola vita” e in nulla credulo, eppure capace d’improvvise e liberatorie insurrezioni, è esistito davvero, a ipotizzare la possibilità d’una storia che non è stata: questo libro ne è la commovente prova provata. Ha fatto presto, infatti, a involgarirsi e tralignare sciamando da “Ragazzi di vita” a “Petrolio” di Pasolini: fino all’ecatombe di Cerami di “Un borghese piccolo piccolo” . Quando il popolo moriva nella “gente”. Intendiamoci, non è che il suo ottimismo lo rendesse cieco: basterebbe quel che scrive, che so? , sulla Befana di Piazza Navona e la comparsa dei giocattoli giapponesi , per scoprirlo in anticipo sulla denuncia di Pasolini sull’omologazione . Se si raccomanda di leggerlo ancora, non si deve ai meriti di testimonianza, quanto alla sua prosa screziata, calda, gremita di apparizioni, inventiva nel colore e nel modellato: quella, non dimentichiamolo, d’un pittore tutt’altro che irrilevante. Tutti ricordano l’incipit di un libro memorabile e raro, giustamente richiamato da Ferrosi, come “L’orologio”: “La notte, a Roma, par di sentire ruggire i leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città”. Ecco: il misterioso ruggito dei leoni, il respiro della città. Questa è Roma “solum sua”: meravigliose le pagine del ferragosto in città. Levi era un torinese che aveva scelto il Sud, ma era innamorato di Roma. Provate a confrontarla, la sua città, con quella , parimenti fascinosa, d’un altro torinese (e amico) che Roma invece odiava: Mario Soldati. Dittico stupefacente. E indimenticabile.