Recensione
Lorenzo Fazzini, Avvenire, 27/10/2011

Coniugare San Francesco e Diderot: la sfida di Julia Kristeva

«Domani ad Assisi [oggi, ndr ] non sarò più sul Cortile dei gentili, ma dentro, nel tempio. Questo è il simbolo di un cammino della Chiesa e degli umanisti. E l’indicazione di un cammino ulteriore e più fertile». Julia Kristeva vive con emozione il suo inedito ruolo: sarà lei, tra i più noti intellettuali a livello internazionale, a rappresentare, con un suo intervento, quei non credenti (quattro esponenti della cultura “laica”, «preferisco dire umanisti») presenti al pellegrinaggio interreligioso di Assisi, novità assoluta dell’incontro odierno. E, nel dibattito di ieri pomeriggio all’Università di Roma Tre, la psicoanalista francese ha ammesso la sua “emozione” per una simile presenza: «Servono nuove alleanze e nuove ponti tra credenti e non credenti: dobbiamo portare il Cortile nella Chiesa e la Chiesa nel Cortile». Il riferimento è a quel Cortile dei gentili, spazio di dialogo tra credenti e atei voluto da Benedetto XVI, organizzato dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio per la Cultura. Che ieri, nell’ateneo romano, ha presentato il suo primo volume edito da Donzelli, raccolta di alcuni testi di un convegno a Bologna. Ravasi ha ricordato che il dialogo è stato una perenne prassi ecclesiale: «Un’operazione che è sempre stata fatta nella storia della cristianità. Noi siamo accomunati dalla nostra comune discendenza da Adamo, un elemento che precede le appartenenze etniche e religiose. Ogni uomo guarda alla terra, al suo simile e alza lo sguardo verso Dio». “Credenti e non credenti di fronte alle sfide della modernità” il titolo della tavola rotonda, preludio “ateo” e culturale ad Assisi. Il Cortile, per il rettore Guido Fabiani , costituisce una «straordinaria struttura di dialogo che segue l’invito di Giovanni Paolo II, “la diffusa consapevolezza dell’unità” nel genere umano». E Giacomo Marramao, filosofo della politica, ha riservato una puntuta critica ad «atei e bigotti. Sono figure speculari. L’ateo bigotto Richard Dawkins vuole dimostrare empiricamente l’inesistenza di Dio. Invece dobbiamo pensare all’uomo nei termini di Pascal: colui che supera infinitamente se stesso» Nel processo di «riappropriazione della memoria della cultura europea di fronte alla crisi attuale» che Julia Kristeva auspica, fa capolino il profeta della morte di Dio: «Nietzsche ci ha chiesto di mettere un punto interrogativo a Dio e all’uomo. Noi abbiamo la fortuna di avere un papa filosofo: egli ha ricordato come il cristianesimo è preceduto dal diritto greco-romano e seguito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo». Il cammino comune tra chi crede e chi no, secondo Kristeva, è tracciato da Benedetto XVI «nel suo Gesù di Nazaret laddove parla dell’uomo come di una “singolarità indistruttibile” ». Un compito compare all’orizzonte: coniugare «san Francesco, umanista ante litteram» con la tradizione dei vari «Erasmo, Diderot, Freud. Noi umanisti – ha rimarcato l’intellettuale franco-bulgara – non possiamo essere sempre fieri della ragione dopo che ci sono stati i gulag e la Shoah. Abbiamo il compito di inventare nuove legislazioni. Ma attenzione: l’umanesimo non è teo-morfismo, non dobbiamo mettere l’uomo al posto di Dio». Il confronto resta aperto: per Remo Bodei, filosofo non credente, «la religione è il più grande progetto di offerta di senso all’umanità. Assisi testimonia l’avvicinarsi progressivo alla verità, oggi degradata a opinione. Ma lo splendore della verità di cui parlava Giovanni Paolo II è solo della religione o questa verità ha un significato umano più profondo?». La risposta arriva, implicita, da due sguardi inediti e provocanti: Walter Baier si presenta come «economista marxista poststalinista. Dallo stalinismo ho imparato che la via del futuro è quella di persone che da posizioni diverse costruiscono, insieme, il futuro». E ammirato ricorda i suoi incontri con Chiara Lubich, fondatrice dei focolari. E Guillermo Hurtado, pensatore messicano, individua il proseguo del Cortile (tappe future, Tirana, Palermo, Stoccolma, Barcellona): «Bisogna che credenti e non credenti vadano oltre l’apertura per passare all’avventura. Che consiste nell’osare di attraversare il corridoio che intercorre tra la fede e il vuoto».