Recensione
Julia Kristeva, Il Manifesto, 28/10/2011

Ironia di una Santa che volle dare scacco matto al Signore

L'Inquisizione indagò sulle visioni d i Teresa prima che la Chiesa non vedesse l'utilità di conciliare ascetismo e soprannaturale Nei suoi testi la santa descrive la decomposizione della sua identità nel transfert con l'Essere Completamente Altro, Dio Perché questo strano incontro tra una santa e una donna atea, psicanalista e scrittrice? Non dirò tutto. Ricorderò solamente che è impossibile vivere oggi senza accorgersi che gli scontri tra le religioni non sono estranei agli scontri economici che gravano sulla nostra quotidianità e che minacciano la pace nel mondo. Devo ammettere che sono tra quei (pochi) scrittori e intellettuali europei persuasi che esista una cultura europea di cui non siamo abbastanza fieri. E che proprio a partire da una migliore appropriazione critica delle sue culture plurali, la nostra Europa potrà avere un ruolo decisivo nei diversi conflitti che si stagliano all'orizzonte del tempo. Si tratta niente di più e niente di meno che di transvalutare (il termine è di Nietzsche) i valori ebraici, cristiani, ma anche mususlmani e della secolarizzazione. (...) Teresa d'Avila ha vissuto e scritto un'esperienza stravagante, che chiamiamo mistica, in un momento in cui il potere e la gloria spagnoli - quelli dei Conquistadores e del Secolo d'Oro - cominciavano a declinare. Ancora di più, Erasmo e Lutero turbavano le credenze tradizionali, i nuovi cattolici come gli Allumbrados attiravano gli ebrei e le donne, l'Inquisizione metteva all'Indice i libri in lingua castigliana e i processi per dimostrare la «limpieza de sangre» si moltiplicavano. Figlia di una «christiana vieja» e di un «converso», Teresa è testimone, durante la sua infanzia, del processo contro la famiglia paterna, costretta a dimostrare di essere veramente cristiana e non ebrea. Il «caso» della stessa Teresa, comme monaca praticante l'orazione - vale a dire la preghiera mentale in una fusione amorosa con Dio che la porteranno alle sue estasi - sarà sottoposto all'Inquisizione, prima che la Controriforma non scopra la straordinaria complessità della sua esperienza, insieme alla sua utilità per una Chiesa che cerca allora di conciliare ascetismo (rivendicato dai protestanti) e intensità del sovrannaturale (propizia alla fede popolare). Theresa de Ahumada y Cedpeda sarà beatificata nel 1614 (trentadue anni dopo la sua morte), canonizzata nel 1622 («santa» quaranta anni dopo la morte), e diventerà nel 1970, nel prolungamento del Concilio Vaticano II, la prima donna Dottore della Chesa, insieme a Caterina da Siena. (...)

Fantasmi incarnati Unica donna in una famiglia di sette maschi (prima della nascita dei due «piccoli», una bambina e un bambino), molto legata alla madre e al padre, al fratello Rodrigo, allo zio paterno Pedro e al cugino, figlio di un altro zio paterno Francisco, in una famiglia dalle armonie incestuouse, agiata pur se in fase di declino, Teresa perde la madre a tredici anni. Quando decide di entrare nell'ordine delle carmelitane e prende l'abito nel convento dell'Incarnazione, il 2 novembre 1536, ne ha ventuno. Il suo corpo è un terreno di battaglia tra i desideri colpevolizzati che suggerisce continuamente nella Vita, precisando che i suoi confessori le vietano di svilupparli, e l'esaltazione idealizzante di cui testimonia il culto intenso volto a Maria (madre vergine) e a Giuseppe (padre simbolico). Con incredibile lucidità nella sua biografia confida il modo in cui i suoi tormenti la conducono alle convulsioni e alle perdite di coscienza seguite, in alcuni casi, da stati di coma che durano fino a quattro giorni (...) - crisi accompagnate da «visioni» che la monaca descrive secondo quelle che i neurologi chiamano le «auree»: non «visioni» attraverso gli «occhi del corpo», ma quel che vorrei definire «fantasmi incarnati»: percezioni attraverso tuti i sensi della presenza avvolgente, rassicurante, affettuosa dello Sposo. Il Padre ideale - che la perseguita a causa delle «tentazioni», dei «mancamenti » e delle «dissimulazioni», facendola soffrire fin nelle ossa - si trasforma in padre affettuoso. Le «visioni» traducono questa alchimia salvatrice. Da principio la «visione» è solo un «volto severo » che disapprova i suoi «ospiti» troppo disinvolti; in seguito si trasforma addirittura in un «rospo » che non smette di crescere: allucinazioni del sesso dell'ospite? Infine, si tratterà dell'Uomo di dolore in persona, così come la monaca l'ha visto sotto forma di una statua di Cristo nella corte del convento: uomo martirizzato con le sofferenze del quale è felice di indentificarsi, con l'intensità di un trasporto. Trasporto è proprio la parola esatta: Teresa è finalmente unita a «Cristo in quanto uomo» (Cristo como hombre), se ne appropria - «certa che il Signore fosse dentro di me» (dentro de mi). «Non potevo allora in nessun modo dubitare che fosse in me o che io fossi completamente sprofondata in lui» (yo todo engolfada en el) (Vita 10 :1). (...) L'umanità di Cristo è nell'aria dell'epoca. La respirano Erasmo e gli «Illuminati», gli ebrei convertiti e molte donne che vengono chiamate «alumbrados». Le estasi di Teresa sono fin dall'inizio, e senza distinzione, parole, immagini e sensazioni fisiche, spirito e carne, o piuttosto carne e spirito: « il corpo non rimane senza partecipare al gioco, e anche molto». (...)

Immagini dell'acqua Agli occhi degli increduli del terzo millennio quali noi siamo, Teresa descrive una traversata - o meglio una decomposizione - della sua identità intellettuale-fisica-psichica dentro e attraverso il transfert amoroso con L'Essere Completamente Altro: Dio, figura paterna dei nostri sogni infantili, irraggiungibile sposo del Cantico dei Cantici. Attraverso questa metamorfosi mortale e orgasmica, che rimedia alla malinconia del suo dolore di donna separata, abbandonata e inconsolabile, Teresa si appropria dell'Essere Altro in un contatto infra-cognitivo, psicosomatico che la conduce a una regressione pericolosa e deliziosa, accompagnata da un piacere masochista. Non è la retorica che ci aiuta a leggerla, ma questa folgorante rivelazione dell'Aristotele di Sull'Anima e della Metafisica che, fra tutti i sensi, considera il tatto il più fondamentale e più universale. Se, in effetti, ogni corpo animato è un corpo tattile, il senso del tatto che caratterizza l'essere vivente è tale che «ciò con cui entro in contatto entra in contatto con me». Fin dal primo istante, e attraverso l'immagine dell'acqua, Teresa che si vede bagnata dall'Altro, occulta la mediazione e si immagina immersa nel suo Sposo cosi come lui lo è in lei. Ma, allo stesso tempo, nella diffrazione dell'acqua tra Dio, il giardiniere e i quattro modi di farla venire, Teresa critica implicitamente questa immediatezza, se ne distanzia, e tenta di spiegare il suo autoerotismo, insieme doloroso e giubilatorio, in una accumulazione di azioni fisiche, psichiche e logiche. Altrettanti racconti e storie d'acqua. L'acqua sarebbe, dunque, l'immagine dell'impatto sensoriale del divino su Teresa, ma anche una critica - incosciente, implicita, ironica - di questo impatto del divino? Fino alla dissoluzione del Padre Ideale, dell'Altro, nella monaca orante, nella scrittrice?

Domande impertinenti Se l'acqua è l'emblema del rapporto tra Teresa e l'Ideale, si capisce che il suo Castello interiore (si tratta in realtà della «metapsicologia» di Teresa che la percorre attraverso i livelli della psiche fino alla sua verità) non è una fortezza, ma un puzzle di «dimore»: moradas dai confini permeabili. Questo vuol dire che la trascendenza secondo Teresa si rivela come immanente: il Signore non è al di là ma in lei! Abbastanza da attirare su di lei tutti i problemi che si possono immaginare con l'Inquisizione, i confessori e gli editori che attenueranno questa pretesa. A meno che non sia, anche, l'apoteosi dell'Incarnazione? Ma le conseguenze non sono poche. La prima di queste è forse una certa ironia che sfiora l'ateismo? In una passo del suo Cammino di perfezione, Teresa consiglia alle sue sorelle di giocare a scacchi nei monasteri anche se questo non è consentito dal regolamento, per... «fare scacco matto al Signore». Una impertinenza che risuona nella famosa formula di Meister Eckart: «Chiedo a Dio di lasciarmi libero da Dio». La seconda conseguenza è formulata da Leibnitz che scrive in una lettera a Morell del 10 dicembre 1696: «E per quanto riguarda santa Teresa, avete ragione di stimarne le opere; ci ho trovato questo bel pensiero che l'anima deve concepire le cose come se al mondo non ci fossero che Dio e lei. Il che produce anche un'importante riflessione filosofica che ho impiegata utilmente in una delle mie ipotesi». Teresa, ispiratrice delle monadi leibniziane contenenti già sempre l'infinito? Teresa, precursore del calcolo infinitesimale?