Recensione
Luca Marchesi, La Padania, 17/09/2011

Risorgimento? Al Sud fu guerra civile

Ci sono riflessioni che se fossero avanzate da un leghista non avrebbero ascolto. Si sa, uno della Lega parla per partito preso contro il Sud, contro i meridionali , contro gli immigrati in genere: e non si può stare ad ascoltarlo. Siccome invece , capita che un professore universitario siciliano, che in quanto isolano e per giunta colto non è a rischio di leghismo, descriva il Risorgimento con toni non propriamente elogiativi, lo si può stare ad ascoltare senza scandalizzarsi. Salvatore Lupo, professore di Storia Contemporanea all’Università di Palermo, scrive nel suo saggio “L’Unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile”: “L’unificazione (come tutti i grandi eventi storici) non era inevitabile. Era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi. Ora, descritto in questi termini, il processo storico in questione sembrerebbe risultare più frutto del caso o semmai della volontà predatoria di “alcuni gruppi politici” sabaudi. E in effetti lo stesso Lupo utilizza il termine di “Risorgimento” perché è quello che ci è stato consegnato dalla tradizione. Consapevole che esso ha il difetto di occultare volontariamente i forti elementi conflittuali che caratterizzarono l’unificazione. Tant’è che sempre l’autore non esita ad usare il termine di “guerra civile” per definire la brutale repressione delle insorgenze filo-borboniche e del grande brigantaggio del 1860-1865, che causò più morti delle guerre d’Indipendenza combattute contro l’Austria : “Si trattò di una guerra da definirsi in ogni caso civile: perché a rivolgere le armi gli uni contro gli altri furono non solo i meridionali e i piemontesi , ma anche meridionali e meridionali, arrivando a molti eccessi cha si consumano in casi di questo genere”. E in quel quinquennio davvero gli eccessi non si contarono. Gli insorti perpetrarono innumerevoli stupri, saccheggi, omicidi ed estorsioni. Gli ufficiali sabaudi, per parte loro, esortavano i subordinati a non perdere tempo a far prigionieri. Nel luglio del 1861 in Irpinia avvennero i fatti più drammatici: “Un distaccamento di soldati dell’esercito regio fu massacrato presso il paese di Montefalcione, che fu per rappresaglia dato alle fiamme con la fucilazione di un gran numero di insorti. Agli inizi di agosto insorse il Matese e venne proclamata la restaurazione borbonica a Pontelandolfo. Qui un reparto dell’esercito fu travolto con due soldati uccisi in combattimento e altri quaranta , che pure si erano arresi, trucidati nella piazza della vicina Casalduni. All’arrivo dei rinforzi i due paesi vennero messi a sacco e bruciati. A Pontelandolfo avvenne così un’ecatombe difficile tutt’oggi da quantificare”. Lupo riconosce tutte le difficoltà, le storture, i vizi del processo di unificazione. A cominciare dalla piemontesizzazione centralista della penisola, dovuta “da un lato al collasso dello Stato meridionale, dall’altro alla messa fuori gioco dei democratici repubblicani”. Ricorda la lontananza o addirittura l’ostilità tra le due tradizioni istituzionali meridionali: quella siciliana e quella napoletana. Rivela che a fine secolo, comunque, a tutti risultava chiaro che lo stato-nazione si era consolidato e che sarebbe durato. Lo studioso, quindi, non fa sconti al Risorgimento, slavo per sostenere alla fine che “la storia degli italiani si colloca all’incrocio di patria e libertà”. I due ideali che avrebbero , malgrado tutto, spinto gli eventi in quegli anni e in quelli successivi: attraverso le guerre mondiali , il fascismo e la storia repubblicana. Ma il leghista che è in noi si pone una domanda, senza voler ricorrere a differenze antropologiche per spiegare la persistenza fino ventunesimo secolo della questione meridionale. La patria e la libertà, cioè gli ideali di cui sopra, sono soltanto quelli che la storia nazionale ci ha proposto?