Recensione
Maria Pia Forte, Libertà, 14/03/2011

Italia, da Nord a Sud si scoprirono fratelli

Mutilata, serva di stranieri o, per dirla con Machiavelli, “de’ barbari”: questa fu l’immagine letteraria dell’Italia fin dai tempi di Tetrarca, il quale lamentava “le piaghe mortali / che nel bel corpo tuo sì spesse veggio”. Una patria che appare a dante “un bordello” e a Leopardi “una formosissima donna”, ma “oimé quante ferite , / che lividor , che sangue”, una patria amata da pochissimi prima dell’epopea risorgimentale . Quest’amore nella prima metà dell’Ottocento vinse opportunismi e rassegnazioni, dando vita alle imprese eroiche che condussero, a prezzo di lacrime e sangue, all’Unità. Anticipò gli eventi Foscolo, che nei “Sepolcri” esaltò l’Italia come un paese dotato di riti comuni, di riferimenti eroici, di parole condivise” e delineò un “immaginario italiano , dando un contributo essenziale alla costruzione di un pantheon di eroi e di luoghi sacri nazionali”. Egli stesso divenne un mito venerato da Cattaneo, Pellico, Nievo, De Sanctis. Così scrive Silvia Tatti, curatrice con Beatrice Alfonzetti ( entrambe insegnano letteratura italiana all’Università La Sapienza di Roma) del volume “Vite per l’Unità. Artisti e scrittori del Risorgimento civile”, raccolta di saggi in cui professori di letteratura italiana come Giulio Ferrosi e Biancamaria Fra botta e di Storia della musica o del teatro raccontano la passione patriottica che infiammò dodici personaggi famosi o quasi sconosciuti ai più. Di questo libro che del Risorgimento intende offrire una lettura sfaccettata, non solo celebrativa – e che fa battere il cuore di commozione e ammirazione per tanti sacrifici – parliamo con Beatrice Alfonzetti . Esso – ci dice – è stato donato al Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano all’apertura del convegno “L’Italia verso l’Unità. Letterati, eroi, patrioti” organizzato dai tre atenei statali di Roma. Inoltre alla Sapienza da tre anni un’équipe da me diretta ha eseguito ricerche e promosso incontri con tudiosi del Risorgimento . “Vite per l’Unità” nasce da tali riflessioni. Non tutti i letterati e artisti presi in esame svolsero – come Pellico, l’attore Gustavo Modena , Cristina di Belgiojoso e Mazzini – un ruolo consapevole nel processo unitario : per Gaetano Donizetti o la cantante Maria Malibran, per esempio, non sempre lo fu. Ma tutti possono considerarsi patrioti.

Uno dei libri fondamentali per capire cosa fu il nostro Risorgimento è “Le mie prigioni” di Pellico,di cui Metternich disse che danneggiò l’Austria più di una battaglia perduta. I programmi d’insegnamento sono responsabili del buio calato su quest’opera eccezionale?

“Purtroppo è così. Eppure ho appurato personalmente come i giovani, quando la leggono, ne siano conquistati : nei corsi sull’Unità che teniamo alla Sapienza i miei studenti si sono innamorati di questo libro straordinario ora ristampato dalla Bur con prefazione di Luciano Canfora”.

Pellico ebbe in prigione una tormentata conversione al cattolicesimo. Il che non gli impedì di continuare a venerare il “laico” Foscolo. Questa capacità di conciliare ragione e religione fu comune a molti protagonisti del Risorgimento, a cominciare da Manzoni?

“Sì, anche con alcune differenze fra i patrioti che avrebbero voluto un ritorno al Cristianesimo delle origini e si mantennero fedeli alle radici settecentesche e quelli che invece , come Manzoni, si identificarono nel cattolicesimo e rigettarono le idee della Rivoluzione francese alle quali, giovanissimo, lo stesso Manzoni aveva aderito.”

Nel suo saggio su Manzoni , Massimiliano Mancini analizza l’ode “Marzo 1821”: quale è l’idea di nazione che ne esce?

“Rimasta inedita sino al 1848 perché sarebbe stato pericoloso pubblicarla, quest’ode circolò clandestinamente anche prima di quella data. L’Italia che Manzoni vi delinea coincide con l’immagine già diffusa fra i patrioti unitari del periodo napoleonico : essa esiste come nazione da rifondare, non da fondare”.

Nel trattato “Filosofia della musica”, del 1836, Mazzini individua nel melodramma la forma d’arte che meglio può diffondere il concetto di patria; e vede in Donizetti , di cui l’anno prima è andato in scena a Parigi il “Martin Faliero”, colui che saprà assolvere a tale compito. In realtà sarà Verdi il compositore più patriottico?

“Sì, anche se l’opera di Donizetti giocò un ruolo importantissimo , perché diffuse una serie di temi - giuramenti, cospirazioni eccetera – che in quegli anni avevano anche un riscontro politico”

Cos’è rimasto oggi della fratellanza patriottica che unì tanti animi nobili in un solo ideale , quello delle “fraterne contrade”, cantate da Manzoni in “Marzo 1821”, così come del sacro giuramento di essere “fratelli su libero suol”? Quando l’orgoglio di appartenere a una patria comune iniziò ad affievolirsi , lasciando il posto a particolarismi e divisioni?

“Sono due o tre le cause che ci hanno portato a quella che definirei “la patria assente”: gli anni post-unitari con alcune questioni irrisolte, come quella meridionale, e soprattutto il Ventennio fascista. Non si insisterà mai abbastanza , invece, sulla differenza fra nazione e nazionalismo, quest’ultimo proprio del pensiero totalitario del Novecento. La scarsa conoscenza dei protagonisti del Risorgimento, i quali professavano un’idea di patria comune all’interno di un’idea di Europa di cui l’Italia avrebbe dovuto far parte , ci ha indotti a errate identificazioni. Per questo Silvia Tatti ed io diciamo nella Premessa che è tempo non di celebrare il Risorgimento, ma di ripensarlo in maniera critica: anche allora le voci furono plurali, ma il loro collante fu il sentimento di fratellanza per costruire la propria patria e insieme un’umanità più giusta”