Recensione
Piero Violante, La Repubblica - Palermo, 29/10/2011

La rivoluzione del Sud

Correva l’anno 1882. Dalla stazione centrale d’Europa, da Parigi,Renan comunicava che cosa è una nazione: «Unagrande solidarietà che presuppone un passato e che si riassume nel presente attraversoun fatto tangibile: ilconsenso». Dalla periferia dell’Europa, dalla Palermo della “Sicilia sequestrata”,Gaetano Mosca, giovanotto di belle speranze, nello stesso anno, nella sua tesi di laurea “Sui fattori della nazionalità”, scriveva che la «comunanza della vita e delle sconfitte sviluppa il sentimento della solidarietà e della fratellanza»; parlava di «affetti, ricordi, speranze comuni», diceva che in questo modo «uno spirito comune viene a formarsi e con essa una nuova nazione si afferma». La sintonia di Mosca con Renan fa intendere la maturità di una riflessione sull’unificazione o meglio sul modo di costruire un discorso sull’unificazione, mettendo in risalto le memorie condivise e cancellando o rimuovendo quelle non condivise. Vi deve essere un equilibrio tra memoria e oblio: se l’equilibrio salta, riemerge la parcellizzazione politica, sociale e discorsiva che l’unificazione ha ingessato. Quando Ippolito Nievo scrive che fatta l’Italia bisogna fare gli italiani, intende anche dire che bisogna creare un racconto in cui gli italiani si riconoscano, si identifichino. Cessato il rumore delle armi usate contro i nemici esterni per rispondere alla prima domanda di ogni guerra d’indipendenza: «Chi comanda?»; cessato il rumore delle armi, sostituite dalle leggi, contro i nemici interni per rispondere alla seconda domanda, quella più complessa e articolata «chi comanda in casa?», la costruzione di una nazione si affida al racconto di essa, espungendo diversità e difficoltà, per creare un pantheon condiviso con personaggi che in vita avrebbero avuto una qualche difficoltà a condividersi. Perché la guerra contro il nemico “esterno” crea alleanze politiche e sociali ben diverse rispetto a quando si tratta del governo “domestico” contro i “nemici” interni. È accaduto nell’America rivoluzionaria, in Germania, è accaduto in Italia, allorché si fece scendere da cavallo Garibaldi per monumentalizzarlo, criminalizzando i suoi e quelle frange democratiche, date subito per estremiste, da contrapporre ad altri estremisti nostalgici, nel gioco della strategia della tensione di futura memoria. I centocinquanta anni dell’unità italiana avrebbero dovuto costituire un vincolo per quella che Salvatore Lupo, nel suo bruciante libro “L’unificazione italiana” (Donzelli, 184 pagine, 16,50 euro), chiama una «matura mediazione storiografica che il dibattito pubblico ostinatamente rifiuta». Al gesto narrativo ingessante Lupo oppone il gesto storiografico della disarticolazione, della frammentazione per fare riemergere però l’Unità non come un esito inevitabile, ma come una risultante, spesso incerta e precaria, di forze sociali, politiche e di retoriche, in un quadro complessivo che vede il meridione, pur nelle sue differenziazioni interne, parte attiva e affatto passiva. Una Unità, infine, che fu un progresso economico, sociale, istituzionale per tutto il Paese, incluso il Mezzogiorno. Per questo Lupo richiama in servizio parole come rivoluzione/ controrivoluzione/ guerra civile da contrapporre alla parola “Risorgimento”, perché essa «occulta le contraddizioni dei patrioti, l’alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle convinzioni che li sostenevano, nonché della violenza delloscontro in cui essistessi e loro avversari sono impegnati». Centosettantacinque pagine ad alta temperatura per bruciare luoghi comuni. Il carattere reazionario del regime borbonico che, invece, grazie all’eredità della rivoluzione murattiana, si offriva come il primo paradigma di centralismo amministrativo; o la cosiddetta deindustrializzazione meridionale post-unitaria, il suo mancato take-off nell’ambito di un “dualismo” che, inventato da Nitti e condiviso da Fortunato, non nega l’esistenza di un soggetto unitario. Così come il federalismo, che si evince nella richiesta di autonomia per la Sicilia nella “Relazione presentata dal Consiglio di Stato”, su input del prodittatore Mordini, è un’articolazione dell’Unità. Federalismo o regionalismo mandato in soffitta dalla deriva reazionaria e “razzista” verso il Sud dei moderati: Farini, La Farina, Montezemolo. Lupo riposiziona le parti in gioco mostrando come stessi soggetti politici e sociali, se diversamente collocati, esprimano strategie e retoriche differenti; smantella il revisionismo antirisorgimentale meridionale e quello anti meridionale per ridefinire le dinamiche dei patriottismi, quello panitaliano, quello napoletano e quello palermitano, in lotta tra loro: non c’è un solo patriottismo e la Nazione non è un tutto ma una parte in gioco. Dà sostanza politica al brigantaggio e rilegge la rivolta di Bronte, evocata da Verga, per collocarla in una storia lunga, una storia sociale e politica che ha come suo perno la questione demaniale, la distribuzione delle terre. È uno dei punti più sensibili, perché sulla questione demaniale si incrociano vari attori, non ultimi i “briganti”; e perché Lupo la fa divenire specchio della storia della famiglia superborbonica Fortunato «la cui conversione liberale e pan italiana indica forse la norma di una riconciliazione basata più che altro sull’oblio». Restituisce infine l’onore a Palermo: al suo ’48, alle barricate del ’60 e soprattutto a quelle del ’66, ultimo atto, «ennesima manifestazione della tradizione rivoluzionaria palermitana in via di spostamento verso sinistra». La rivolta di Bronte viene collocata all’interno di una lunga storia sociale e politica che aveva come perno la distribuzione delle terre e la questione demaniale. Le barricate del ’48, del ’60 e soprattutto quelle del ’66 furono “l’ennesima manifestazione della tradizione rivoluzionaria palermitana”