Recensione
Gianluca Scroccu, L'Unione Sarda, 31/10/2011

Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile nella sintesi di Lupo

L’unificazione (come quasi tutti i grandi eventi storici) non era ineluttabile. Era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti». Così scrive lo storico Salvatore Lupo nel suo L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile (Donzelli, pagg. 186, euro 16,50). Già dal titolo si capisce che l’analisi dell’autore vuole provare a toccare alcuni nodi interpretativi centrali del nostro processo unitario al di là delle retoriche e delle tante pubblicazioni, diverse delle quali non sempre all’altezza, che hanno accompagnato questo anniversario della nostra Unità. Nel volume si mette in risalto come la parola Risorgimento (a cui Lupo preferisce quella di rivoluzione perché questo era il termine usato tranquillamente nel lessico dell’epoca e perché tale fu la liberazione del Sud), applicata al contesto meridionale rischi di lasciare sottotraccia l’alternarsi di contrapposizioni feroci e le contraddizioni violente, la carica ideale e le tentazioni autoritarie e restauratrici che attraversarono quei delicati frangenti. Un atteggiamento che ha portato molta pubblicistica contemporanea a scaricare su quei protagonisti della nostra storia le categorie interpretative dell’oggi, del tutto inefficaci al fine di una interpretazioni storica basata sui fatti e i documenti. Né gli eventi che portarono al crollo dei Borbone devono essere ricondotti all’opera di un’avanguardia, perché ai Mille presto si aggiunsero volontari in decine di migliaia che si scontrarono in una vera e propria guerra civile contro i soldati regi: in questo senso non si può parlare di conflitto tra Nord e Sud del paese ma di un vero e proprio scontro politico intestino all’interno del Regno delle Due Sicilie. E tale per Lupo deve essere giudicato anche il brigantaggio postunitario, attivo soprattutto nella Lucania e non, invece, in una terra come la Calabria dove invece avevano trovato largo seguito i garibaldini. E in questo scontro tra due opposte concezioni di patria e di libertà, quindi politico e non solo sociale o criminale, che possono ad esempio inquadrarsi due figure leggendarie del brigantaggio come Carmine Crocco e Pasquale Romano. Finita questa pagina di dura contrapposizione, il sistema rappresentativo unificato riuscì a sbloccarsi dopo il 1876 e le elitè delle periferie, ad iniziare da quelle del Sud, trovarono nelle sedi istituzionali unificate quella autorevolezza per mettere al centro del dibattito politico e culturale la questione meridionale, in uno Stato-nazione che aveva oramai posto delle basi solide.