Recensione
Michele Spanò, Il Manifesto, 18/10/2011

Alla ricerca del genius loci del riconoscimento

Si può urlare in un prato», ma «il popolo padano non esiste». Le recenti, commentatissime parole di Giorgio Napolitano potrebbero essere considerate un inconsapevole endorsement alla tesi metodologica che regge l'ultimo, imponente volume di Angelo Torre: la necessità di separare lo studio della località da quello dell'identità e dell'appartenenza (Luoghi. La produzione di località in età moderna e contemporanea, Donzelli, pp. 407, euro 29). Ovvero: considerare la località e i luoghi non già come alcunché di dato, ma come il prodotto di un qualche tipo di costruzione sociale e culturale; l'esito instabile di un esercizio in progress che mescola - quali suoi mezzi e prodotti - pratiche e diritti. Installare lo studio della località al cuore delle scienze umane comporta dunque un riconoscimento della fragilità di quello che si rivela un vero e proprio «idioma del riconoscimento»: un certo insieme di pratiche e concetti capace di esprimere diritti. Torre sembrerebbe alludere obliquamente al wittgensteiniano gioco linguistico, quando riconosce nel circuito che tiene insieme azioni, luoghi e risorse il piano di consistenza dello studio della (produzione di) località. Ma il metodo, per lo storico, non può trovare la sua giustificazione che nelle fonti e nel trattamento cui decide di sottoporle. Torre è sicuramente, e non da oggi, uno degli storici più attenti allo statuto e alla genesi delle fonti e, anche in questo volume, non manca di sottolineare il rapporto che le lega al mondo del diritto e dei diritti. Lungi dal costituire «innocue» descrizioni, le fonti esibiscono perlopiù un carattere performativo e rivendicativo: esse sono perciò vere e proprie azioni, che, se possono essere usate dagli attori, spesso finiscono addirittura per «produrli». Questo intreccio plurale di dinamiche deposita un velo di opacità sulle fonti, che, insieme alle incrostazioni storiografiche, lo storico curerà di tenere sempre debitamente in conto. Allo stesso modo, le «azioni» non possono ridursi alla nozione - già portata in auge da Bourdieu - di «campo», ma, ancora una volta per restituirne la pluralità e l'intreccio, esse vengono associate a quella di «sito». L'analisi topografica e l'ecologia storica sono gli ulteriori ingredienti che permettono a Torre di dare corpo al concetto di «risorsa». Il progetto complessivo può quindi definirsi più rigorosamente come quel tentativo di identificare «le pratiche di attivazione di risorse manifestate in azioni trascritte dalle fonti». In questa definizione, in cui tutti gli elementi messi in gioco esibiscono una dipendenza circolare, Torre fa sua l'ipotesi di Arjun Appadurai intorno alla «produzione di località», irrobustendola attraverso un'archeologia delle istituzioni e delle pratiche, capace di fare spazio all'intreccio strutturale di giurisdizioni e alla segmentazione socio-politica che costituisce l'arredo naturale dell'ambiente degli attori. Può insomma tracciare così i lineamenti di un vero e proprio programma di «etnografia storica». La prima parte del volume affronta - attraverso uno studio di casi - i processi sociali di creazione dello spazio: quelle pratiche - tutte intessute di o sempre trascritte in una grammatica giuridica - capaci di generare lo spazio. La seconda sezione si occupa di quelle pratiche di produzione della località di cui è più chiara la matrice economica - come il credito o la produzione - e del loro legame con la giurisdizione. La terza parte - titolata eloquentemente «Da diritti a cultura» -, analizzando alcune tensioni territoriali, illustra la progressiva separazione dei diritti dalle azioni, consumatasi in forza di un processo di culturalizzazione e folklorizzazione operato sovranamente. È vero che Torre sta parlando del Piemonte di età moderna, e della genesi istituzionale del comune, ma in questo passaggio in cui le concezioni della località - e le pratiche a esse associate - vengono trasformate al punto che la rivendicazione di diritti finisce col perdere la sua rilevanza pragmatica per essere addomesticata in «memoria collettiva», si lascia leggere un caso esemplare di conflitto tra potere sovrano e socialità locali che, ad esempio, ha avuto effetti strabilianti sull'esperienza della politica in contesti coloniali. Ad ogni modo, ciò che si produce è un sofisticato processo di selezione di pratiche di convivenza locali, capace, in ultimo, di discernere due campi autonomi: quello dei diritti (recessivo) e quello della cultura (montante) della località. L'ultima sezione del libro offre alcuni esempi di produzione della località moderna e contemporanea: il primo legato all'istruzione, il secondo all'esperienza giuridica degli usi civici e l'ultimo alla costituzione di un comune attraverso pratiche di località. Sarebbe fare un torto alla ricerca di Torre ridurla a ulteriore pietra di posa al dibattito - storico, giuridico, filosofico e antropologico - attorno al comune; tuttavia, il suo tentativo di emancipare la località dalla dicotomia che la oppone al globale, scartando tanto un'immagine nostalgico-regressiva che una tutta costruttiva e immaginaria, offre davvero una pista di ricerca unica. La località è analiticamente distinta dall'identità; è la produzione di località che assume il carattere di vertice ottico: un'angolatura analitica che, promuovendo la località e le sue pratiche a interlocutore fondamentale dei poteri centrali, ne restituisce il suo speciale carattere. Irriducibile al localismo, all'olismo e alla riproduzione della «grande dicotomia» che separa il diritto pubblico da quello privato, la località viene restituita a una dimensione schiettamente comune: essa designa quella speciale configurazione storica di corpi e azioni singolari che possono essere messi in comune. La ricerca storica di Torre insomma sembra capace - in un trattamento delle fonti che esprime una metodologia tanto rigorosa quanto innovativa - di additare un modo possibile di accordare singolarità e comune. La produzione della località - le fonti, i «siti», le azioni e gli attori che essa interessa e mobilita - appare infine come quell'inesausto processo di legittimazione della singolarità di fronte a un pubblico. Una lezione per oggi? Il comune abita in Val di Susa molto più che sul prato di Pontida