Recensione
Gianluca Albergoni, Il Manifesto, 08/10/2011

Verso l'unità a suon di versi

Che Risorgimento e letteratura siano due fenomeni intimamente legati è un assunto ampiamente dato per acquisito in ambito storiografico. Sin dai primordi dell'epoca post-unitaria - a cominciare, già nel 1871, dalla fondamentale messa a punto di De Sanctis - esso fu incardinato nella cultura ottocentesca, per essere poi variamente rielaborato, con accenti e coloriture differenti, nel corso del Novecento. Soltanto nell'ultimo decennio tuttavia (grazie soprattutto all'innovativo apporto di Alberto Mario Banti - e in particolare al suo volume su La nazione del Risorgimento - e agli studi ad esso ispirati), la consapevolezza di questo legame si è proposta come paradigma interpretativo forte della storia e dell'identità nazionale.

Lettori militanti È interessante sottolineare in primo luogo come il nuovo orizzonte di studi di taglio «culturalista» non sia stato aperto da storici della letteratura o della produzione culturale, ma da storici tout court (nel caso di Banti si tratta di uno dei più autorevoli studiosi italiani di storia sociale dell'Ottocento). Da parte loro, gli storici della letteratura, ormai consapevoli della «svolta», hanno dovuto prenderne atto e recentemente, non a caso in concomitanza con le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia - hanno maturato alcune interessanti proposte suscettibili a loro volta di stimolare il dibattito con gli storici. Amedeo Quondam ha curato, corredandola di un'ampia introduzione, la pubblicazione di una selezione di testi poetici, spesso assai noti (ma più noti ancora nell'Ottocento), che rappresentarono una sorta di «canzoniere» degli italiani (Amedeo Quondam, Risorgimento a memoria. Le poesie degli italiani, Donzelli 2011, pp. 336, euro 18,50), in particolare degli italiani impegnati nelle battaglie (in senso proprio) del Risorgimento. L'autore offre diverse testimonianze di uomini politici e letterati ottocenteschi a vario titolo militanti per la patria intenti - come aveva suggerito Banti - a leggere. E a leggere in primo luogo poesie: «poesie lette avidamente, imparate a memoria, intonate in gruppi di giovani». Questo è l'elemento essenziale del Risorgimento a memoria propostoci da Quondam: una pratica di lettura spesso collettiva e l'iscrizione delle poesie nei corpi, il loro farsi memoria condivisa e per ciò stesso la messa in moto di una forte carica «performativa» sui soggetti che combatterono per fare l'Italia. Cosicché - salvo alcune eccezioni - molta parte di questo canzoniere, di questa vera e propria colonna sonora (ma non furono solo canzonette!), non si eleva nelle volte della letteratura «alta», di quella prodotta dagli autori allo scopo di «entrare nella Biblioteca dei poeti». Si tratta al contrario di poesie «di lotta e di battaglia», scritte «per il pensiero e per l'azione (...) funzionalmente performative nel loro stesso impianto linguistico e metrico, gridate e concitate al punto da fare scintille, impetuose e baldanzose da fare battere il cuore; poesie di giovani per giovani in piazza e tra la folla, con entusiasmi e applausi nella primavera d'Italia».

Il ruolo del melodramma Dunque Monti, Foscolo, Leopardi e Manzoni ma anche e soprattutto l'imprescindibile Berchet, Gabriele Rossetti e Alessandro Poerio, Arnaldo Fusinato e Luigi Mercantini, Giambattista Niccolini e il Carducci militante, oltre naturalmente agli inni di Mameli; il cui Canto degli italiani poté essere un inno, al contrario - come fa notare acutamente l'autore in un serrato e prolungato dialogo con i musicologi - di quanto poté avvenire all'oggi tanto decantato coro degli schiavi ebrei del Nabucco. Anche il ruolo del melodramma - altro luogo comune storiografico non infondato - è discusso nella densa introduzione, non certo per negarne l'impatto quanto piuttosto per riconferire alla letteratura il primato, in quanto essa sola è giudicata in grado di fornire allo spettatore ottocentesco di opere liriche l'inconsapevole griglia interpretativa capace di fargli «sentire» patriotticamente ciò che nei libretti, almeno fino al Quarantotto, ancora non c'era.

Centralità romantica Vale la pena ricordare che in questo percorso del canzoniere risorgimentale Quondam conferma l'idea, presente in altri suoi lavori, di una cesura della storia nazionale di «ogni rapporto di continuità con la tradizione classica e mediterranea, greca e romana, per situare la situazione identitaria della storia nazionale nel medioevo delle libertà comunali» (in linea cioè con l'influentissima visione di Sismondi, cui Quondam fa esplicito riferimento). Un canzoniere dunque decisamente all'insegna del Romanticismo, un topos su cui Banti e i suoi epigoni hanno avuto modo di insistere a più riprese. Ed è con questo presupposto, cioè con la centralità indiscussa del Romanticismo, che si propone di instaurare un dialogo critico il bel volume di Silvia Tatti (Il Risorgimento dei letterati, Edizioni di storia e letteratura, 2011, pp. 216, euro 28). In esso - e in particolare nella prima sezione del volume - l'autrice si propone di ridiscutere il complesso rapporto intrattenuto dalla cultura letteraria ottocentesca con l'eredità del Settecento (i Lumi) e, più in generale, con il classicismo. In virtù di un'attenzione vigile alle più recenti proposte interpretative su autori fondamentali del nostro Ottocento - fondamentali, e questo è l'essenziale, soprattutto nell'ottica dei letterati coevi, quelli che magari parvero rifiutare con forza il legame con la tradizione - la Tatti rimette meritoriamente al proprio posto il ruolo di alcuni «padri rimossi» (Monti e Metastasio) e di due «padri riconosciuti» (Parini e Alfieri), sottolineando infine la centralità della riflessione di Ugo Foscolo, «un classicista originale (...) i cui scritti e la cui vita rivestono un ruolo centrale nell'immaginario e nella riflessione critica risorgimentale, in particolare in Giuseppe Mazzini».

Da Metastasio a Cammarano Se dunque il romanticismo voleva essere iconoclasta, non poté tuttavia non fare i conti con la lezione di Foscolo, impegnato con la stringente necessità di «ricostruire una storia italiana che recuperasse la tradizione nazionale, che era sostanzialmente una tradizione classica». Altri tentativi ottocenteschi di rilettura della letteratura - la critica militante, la biografia patriottica - sono oggetto di pagine assai penetranti, così come lo sono quelle dedicate a Cristina Trivulzio di Belgiojoso, a Tommaseo esule e ai salotti patriottici delle italiane a Parigi. Apertosi con Metastasio, il libro si chiude con un librettista, Salvatore Cammarano, del quale si ripercorre brevemente la carriera, esaminata dal punto di vista del «contributo del suo lavoro alla cultura risorgimentale». La chiusura del volume - che indaga il fatto letterario suggerendo interessanti piste analitiche - apre insomma uno squarcio su due realtà vieppiù indagate dalla storiografia del Risorgimento, ovvero il ruolo non solo della letteratura ma anche delle arti in generale; e quello delle donne letterate.

Voci di ragazze-prodigio Possiamo quindi terminare questo percorso menzionando due agili volumi dedicati, l'uno, a percorrere con sapiente e sintetica incisività le vite di artisti e scrittori del Risorgimento (Vite per l'Unità. Artisti e scrittori del Risorgimento civile, a cura di Beatrice Alfonzetti e Silvia Tatti, Donzelli 2011, pp. 191, euro 17); l'altro, a ricordare il ruolo non marginale della poesia al femminile durante il Risorgimento (Maria Teresa Mori, Figlie d'Italia. Poetesse patriote nel Risorgimento (1821-1861), Carocci, 2011, pp. 199, euro 18,90). Se nel primo troviamo le vite di letterati (Foscolo, Manzoni, Pellico, Leopardi, Cattaneo, Mazzini, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Nievo) e artisti (i musicisti Verdi e Donizetti, l'icona del canto Maria Malibran e l'attore e scrittore Gustavo Modena) nel loro farsi, in modi assai diversi, patrioti (in un'accezione non prettamente militante della parola), nel secondo siamo accompagnati dall'autrice nei cantieri della formazione culturale delle poetesse, alla scoperta della passione poetica di ragazze prodigio capaci con i loro versi di dare voce alla patria da un'angolatura almeno in parte differente da quella dei loro omologhi maschi. Grazie alla letteratura le poetesse del Risorgimento - dalla celebre Giannina Milli a Caterina Franceschi Ferrucci, da Laura Beatrice Oliva ad Angelica Palli e altre ancora, note e meno note - poterono vivere, in una stagione davvero particolare della storia italiana, soprattutto nel Quarantotto, esperienze del tutto eccezionali, riservate solitamente agli uomini in ragione delle note discriminazioni di genere (con eccezioni, segnalate dall'autrice, proprio nel campo della poesia, in particolare nel Settecento, e nella pratica dell'improvvisazione salottiero-accademica). Il volume analizza con intelligenza i limiti entro i quali le poetesse seppero approfittare di tale risorsa (la scrittura), ad esempio non sempre facendosi latrici di modelli «alternativi» rispetto a quelli interiorizzati per effetto della dominazione maschile.

L'assenza dei temi amorosi Manca forse - come giustamente segnala Simonetta Soldani nella Prefazione - una più circostanziata analisi dei testi poetici che aiuti a precisare i contorni e la specificità della scrittura femminile (mi limito a segnalare l'interesse di una questione non approfondita ma evocata: l'assenza - nei versi delle poetesse selezionate - della tematica amorosa). Ma l'autrice, che non è storica della letteratura e che preferisce non avventurarsi su un terreno tanto impervio, tocca comunque interessanti orizzonti d'analisi, capaci di dialogare in maniera serrata con l'ampio spettro di problematiche su cui riflette ormai da tempo, in maniera assai proficua per la conoscenza storica, la storia delle donne.