Recensione
Claudio Gorlier, Tuttolibri de La Stampa, 06/08/2011

Il cuore dell'America pulsa nel Kentucky

Kentucky, Stati Uniti, capitale Frankfort, ma la città più importante, Louisville, porta un nome francese, dovuto alle esplorazioni seicentesche di La Salle, pronunciato correntemente Lùvil. Curiosamente , diede la nascita a Lincoln e a Jefferson Davis, presidenti del Nord e del Sud durante la guerra di Secessione, durante la quale rimase neutrale pur nella sua posizione strategica centro-orientale. Se lo caratterizza una fiorente agricoltura e in particolare il tabacco – in crisi dopo la crociata anti-fumo – il Kentucky copre una fondamentale area mineraria , specie con l’estrazione di carbone, appoggiata ai monti Appalachi. Proprio questa ultima caratteristica spiega uno degli aspetti cruciali della storia del Kentucky, le inesorabili lotte sociali a partire dall’inizi del Novecento, quando un capitalismo spietato si sforzò di dettare le sue regole e di affermare i suoi interessi. Quei conflitti e quelle rivendicazioni hanno conosciuto ricadute importanti in letteratura, nel cinema, in canzoni popolari. In particolare va ricordato il film di Barbara Kopple Harlan County, Usa, sul leggendario sciopero di Brookside nel 1973, durato oltre un anno, ma Harlan County fa la sua comparsa anche in una memorabile canzone di Pete Seeger del 1981. Bene: Alessandro Portelli, americanista di riconosciuta statura internazionale e maestro di storia orale, ha scelto proprio Harlan County per studiare dall’interno due secoli di storia o, come giustamente è stato osservato, di contro-storia , nel suo ampio denso e peraltro fascinoso volume “America profonda”. Il punto di partenza, la scelta che chiamerei territoriale di Portelli sconfessa uno dei vizi correnti nell’affrontare gli Stati Uniti e la loro storia: la generalizzazione. Si è recto più volte nella contea di Harlan , ha indagato passato e presente, ma soprattutto ha parlato con un’autentica folla di individui che rimangono tali nella loro autenticità e non diventano mai generici personaggi. Duecento nastri di interviste sostanziano il libro di Portelli, i suoi incontri diretti con i minatori e le loro famiglie. Di loro egli ci racconta , per rifarmi a un sottotitolo della introduzione, “orgoglio e sopravvivenza”. Portelli insiste sul suo desiderio di “imparare da loro e su di loro”. In realtà “l’ostinazione della vita di fronte al rischi e alla morte” si spinge ben oltre i pur decisivi confini della storia sociale. Portelli studia con rigore , non inventa nulla, ma al tempo stesso maestrevolmente racconta. La dimensione schiettamente esistenziale acquista una valenza decisiva. “La violenza di classe non è solo schiene spezzate e polmoni distrutti…la lotta per sopravvivere, magari per lottare un altro giorno, comincia con la cura delle ferite dell’anima. Beninteso oggi la contesa si è trasformata, nel bene e nel male, contornata dalla crosta di modernizzazione commerciale che rende identiche fra loro tante periferie americane. Ma i valori di fondo hanno resistito. “Ci abbiamo messo cent’anni – dice un intervistato tra i più rappresentativi – abbiamo arato il terreno”. E’ una giovane donna, che è riuscita tenacemente a frequentare il college:”Pensai: cambiamo la contea , cambiamo il paese e poi cambieremo il mondo”. Così si chiude appropriatamente il libro di Portelli, e rileggendo queste ultime righe mi è venuto in mente un incontro casuale, trent’anni or sono, con un giovane studente su un autobus in California. Gli domandai quali fossero i suoi progetti, e lui rispose , con assoluta semplicità: “Contribuire a salvare il mondo”. L’America, come tendiamo a chiamare gli Stati Uniti, è anche questa.