Recensione
Gabriella Bosco, La Stampa - Tuttolibri, 01/10/2011

Le belle addormentate si risvegliano con Perrault

Una nuova edizione delle fiabe di Perrault. Già Balzac, prima di metà Ottocento, aggirandosi per le vie di Parigi in vista di un Dizionario delle insegne, constatava quanto numerosi fossero i bottegai che ricorrevano a Cenerentola, a Cappuccetto Rosso, a Pollicino o a Mastro Gatto, quello con gli stivali, per attirar clienti. Ed è risaputo che il mondo della comunicazione tutto, nei secoli, ha sfruttato i personaggi delle fiabe come di più non si sarebbe potuto immaginare. Dalle riscritture d'autore agli spot pubblicitari, non si contano le riprese, le utilizzazioni, gli snaturamenti.

Tanta fortuna, non stupisce, annacqua i testi originari. Al punto che si perde via via nozione di cosa fossero, quanti, quali. Chi sa più dire, specialisti a parte, che fiabe contenesse la raccolta di Perrault - quando la pubblicò nell'ultimo scorcio di Seicento? A cercar di ricordare, finisce sempre che se ne dimentica qualcuna, come quando per gioco si cercano di dire tutti i sette nomi dei pur notissimi nanetti, tanto per restare nel mondo delle fiabe. Oppure, viceversa, si attribuiscono a Perrault storie e personaggi che non sono suoi, messi per scritto da altri autori.

Questo per dire che un ritorno al vero - per quanto sia bizzarro evocare la categoria, parlando di fate e di congeneri - è sempre benvenuto. Particolarmente se in fascetta, ben visibile, si afferma che la versione presentata è integrale. Finalmente si possono rileggere, tradotte in italiano, le fiabe di Perrault esattamente come lui le scrisse. Non è un fatto da poco, se si pensa che quel gesto, da parte dell'autore, fautore del moderno, era centrale, anzi il perno dell'operazione: dare una forma, compiuta e poi leggibile, a storie precedentemente orali, mosse, incerte.

Il pezzo forte dell'impresa è la versione, restituita in versi dopo tante traduzioni in prosa, della fiaba più difficile tra quelle di Perrault, per via dell'argomento - desiderio incestuoso di un padre nei confronti della propria figlia - ma anche, molto, proprio per via della sua forma: Pelle d'asino. La riedizione fornita da Donzelli si giova dell'apporto, caloroso e coerente, di ben tre fate madrine. Bianca Lazzaro, che firma la nota introduttiva e spiega le ragioni (anzi, riportando fedelmente, «un paradosso e due buone ragioni») per tornare ai testi originari; Élodie Nouhen, illustratrice, che disegna momenti e personaggi con un tratto lontano sia dall'incisione d'epoca, più adatta per versioni da studiosi, sia da proposte alternative di contrario orientamento, bamboleggianti a volte, a volte virtuosistiche (un esempio alto di quest'ultima tendenza potrebbe essere il Pinocchio di Mattotti, tanto pregnante da imporsi e dominare il testo), mentre qui c'è soprattutto fantasia di adeguamento, molta sorpresa e insieme un fondo di inquietante ambiguità; e una traduttrice, Maria Vidale, che nella postfazione dà conto con passione delle sue comprensibili fatiche. Soprattutto, tornando a Pelle d'asino, dove ha voluto, giustamente, sfidare il verso per rispettare il testo. Racconta così in che modo a prenderle la penna sia stato, con il cuore e con l'orecchio attenti, il nostro endecasillabo al posto dei settenari, degli ottonari e dei dodecasillabi francesi. Il risultato tiene, la «giustificazione» è morbida: Maria Vidale, che è nonna, ricorda cosa scrisse Primo Levi rispetto ai traduttori, che sono per i testi come i nonni, laddove papà e mamma risultano gli autori.

La scelta, comunque, è stata quella di ripristinare - testi interi, comprese le ostiche morali, persino quelle doppie, senza edulcorazioni, senza tagli, e senza tante inopportune aggiunte - anche Collodi ci si mise: belle, magari, le sue invenzioni, meravigliose penserà qualcuno. Ma il testo, quello vero, era diverso. Ognuno adesso troverà di che godere, scoprendo quello che sapeva già, ma forse in altro modo. Al centro, il racconto meno usato, eppure più importante, in senso soprattutto etimologico: Le fate, dove Perrault - membro dell'Accademia - ricorda anche Basile. E dove la magia risiede in ciò che è detto, che esce dalla bocca: se è perla o serpe, sta a chi dice e - nell'ottica proposta - a chi lo scrive.