Recensione
Giuseppe Montesano, La Repubblica, 02/10/2011

Chagall, le mille e una notte di un sonnambulo

Da dove vengono i sogni? Per Freud arrivano dal deposito di detriti dell’Inconscio, per la scienza gli stati onirici sono generati dalla chimica del cervello, per gli uomini comuni i sogni sono i messaggeri dell’aldilà: e tutti hanno ragione, perché di fronte alle apparizioni che ci vivono nella notte nessuno può essere sicuro di niente. Ma chi qualche volta ha visto, o solo intravisto, i quadri di Marc Chagall, è stato sopraffatto da un’altra verità, insieme oscura e luminosa, una verità che lo ha sfiorato come la carezza misteriosa che fa rabbrividire e risveglia alla vita: i sogni vengono dalle profondità mute del colore. E adesso eccolo di nuovo, l’ebreo-russo Chagall che attinge la sua musica al pozzo senza fondo di pigmenti fantastici, in un libro commovente pubblicato da Donzelli, Le mille e una notte a colori: quattro racconti tradotti dall’inglese delle Arabian Nightsdi Richard Burton da Fulvia De Luca, pubblicati nel 1948 negli Stati Uniti e illustrati da con tredici litografie e vari disegni preparatori. Chagall aveva già illustrato le favole morali di La Fontaine e la Bibbia, ma con Le mille e una notte si trovava immerso direttamente in un mondo fiabesco, un mondo dove chi racconta lo fa per salvarsi la vita, un mondo dove crescono campi di grano nelle stanze da letto e gli innamorati si trasformano in uccelli dal piumaggio splendente, un mondo retto dall’onnipotente Allah e dall’ancor più onnipotente forza di Amore, un mondo dove si viaggia attraverso la magia che disarma la volontà e dove la bellezza che i censori della veglia ci negano severi ci viene donata in abbondanza dalle morbide e sinuose divinità della notte e del sogno. In quel regno in cui i confini tra la realtà e l’immaginazione sono labili come la spuma dell’onda, Chagall si muove in uno stato di sonnambulismo pittorico, lasciando che i colori e le forme fioriscano trasognati in margine ai racconti di Sherazade come acque affiorate nel dormiveglia, in un fluire che parla la lingua a gesti del colore. Chagall completò le litografie per Le mille e una nottedopo la Seconda guerra mondiale, ancora nell’atmosfera di lutto per la Shoà e per la morte della moglie Bella, eppure non è il dolore a cantare nei rossi divampanti e negli azzurri smaltati delle sue principesse ingioiellate e nude e dei suoi animali fatati, ma il richiamo intrattenibile della felicità. Le forme sinuose, sghembe e infantili di Chagall sono incomprensibili a chi le guarda con l’occhio dell’arte esatta, e vivono solo se si entra nelle armonie musicali della sua scala cromatica, nella sua idea del colore che è espressione pura. E la realtà, allora? Il rispetto del nervo ottico? L’ossequio all’illusione tridimensionale? Tutto ciò è alle spalle di chi ha illustrato queste Mille e una notte, dove la ragione si è disciolta nelle metamorfosi dell’emozione. Chagall sa allontanarsi senza paura dalla realtà apparente per tuffarsi nella realtà segreta dei sensi e dei sentimenti, e attraverso il clavicembalo ben temperato del colore lascia che parlino il corpo e il suo desiderio. Il cavallo non nero ma impassibilmente azzurro sull’azzurro che appare nel Cavallo d’ebano, i gialli auriferi che illuminano i corpi in Julnar del mare o i celesti amniotici degli amanti in Kamar Al-Zamannon corrispondono alle descrizioni di superficie dei racconti arabi, ma solo al sismografo del mondo dei sogni. E in filigrana a queste illustrazioni, a sorpresa ma non tanto, appaiono i colori e le ornamentazioni delle scenografie dei Balletti Russi di Diaghilev, la fa- vola primitiva e raffinata dell’Uccello di fuoco di Stravinskij con i suoi guizzi festosi e gli ambigui accordi incerti tra lusso wagneriano e nudo folklore, e soprattutto la Shéhérazade di Rimskij- Korsakov: una musica di ori e azzurri scintillanti, sensuale e spirituale fino allo sfinimento, intrisa di passione e di caducità, una musica che era la traduzione in note dei mosaici bizantini dell’Impero d’Oriente sposati alla vegetazione sessuale dell’Art Nouveau, una musica che si affacciava sull’orlo dell’abisso incantata dal richiamo del piacere anche in mezzo al dolore. È questo lo Chagall di sempre e di queste Mille e una notte: il blu qui è davvero oltremare, un mare della mente stupefatta; il rosso è letteralmente l’incendio del cuore, del sangue e del sesso fusi insieme; il verde è l’eden ritrovato nel gioco, spalmato a bocca aperta dai pastelli di un bambino; l’arancio smette di essere chimico e si fa erotico, sembra colare acre e dolce come il succo del frutto che gli dà il nome; e il pallido paglierino della falce di luna è più vero, nel cuore degli amanti, di ogni luna vista al telescopio. E quando i colori sognano, come nel teatro dei giochi di Chagall, alla fine le parole non possono che tacere.