Recensione
Giovanni Nucci, L'Unità, 24/09/2011

La Grande Mela così umana nel segno di Sempé

Un giorno il direttore artistico del New Yorker era andato a Londra per una mostra. I giornalisti inglesi gli avevano fatto la domanda :”Di che cosa ha bisogno il disegno per essere una copertina del New Yorker?”. Lui ci aveva pensato su e poi aveva risposto:”Quello di cui ha bisogno un disegno per essere una copertina del New Yorker? Che il New Yorker lo riproduca e ne faccia la sua copertina. In quel caso diventa una copertina del New Yorker”. Questa storiella la racconta Jean Jacques Sempé nella lunga intervista che accompagna il bellissimo volume Sempé a New York appena pubblicato in Italia da Donzelli , dove sono raccolte, appunto, tutte le copertine dell’illustratore francese apparse sul New Yorker tra il 1978 e il 2009. Nell’intervista si parla un po’ di tutto (ovviamente di New York e dei newyorkesi, del disegno, il jazz, la Francia, Parigi, la musica, le biciclette e anche del modo in cui Sempé è arrivato a pubblicare i suoi disegni sulla rivista da tutti considerata il tempio della cultura liberal americana). Ma la storiella su cosa possa o non possa diventare una copertina del New Yorker è ovviamente, una metafora della stessa New York : è un po’ come dire che per essere di New York basta andarci e cominciare a viverci dentro. Ecco: i disegni di Sempé di cui il New Yorker ha fatto le sue copertine , raccontano principalmente questo: e cioè l’universalità di New York. In un cero senso, da grande artista quale è, Sempé è riuscito a raccontare l’umanità universale di quella città. E questo vale un po’ per tutte le centinaia di suoi disegni , o vignette, che il New Yorker ha pubblicato nell’arco di un trentennio: parlano dì di New York, degli americani, anzi dei mewyorkesi, e di quel mondo così diverso e distante dal nostro, ma lo fanno rendendocelo incredibilmente vicino. Guardandole, quelle copertine, ci si ritrova lì, sentendosi perfettamente newyorkesi, abitanti della città che sta al centro del mondo. Il che, ovviamente, è una sensazione abbastanza snob. Ma proprio quella universalità ( e quello snobismo) sono da sempre state una vocazione di New York, come città ( e del New Yorker come rivista): dunque non c’è da stupirsi se l’arte di Sempé abbia trovato così tanta fortuna. Per quanto qualsiasi cosa riguardi New York , in questi gironi di anniversari, richiama ovviamente all’attentato delle torri gemelle, c’è da dire che il libro di Sempé con ciò non ha molto a che fare. Le sue copertine, in effetti, come poetica sono diametralmente opposte alle due torri nere su sfondo nero che fece Art Spiegelman per il numero del 24 dicembre del 2001. Anche se, al contrario, raccontano proprio il carattere profondamente universale e accogliente di New York, che probabilmente è proprio ciò che dieci anni fa il terrorismo islamico ha voluto colpire. In realtà guardare questi disegni di Sempé , più che tutto il resto, in un certo senso mette pace. E’ così per quel bambino che alla parata non vuole mollare , come gli altri, il suo palloncino; o il trombettista di fila che, seminascosto dietro le colonne di facciata dell’Opera, si fuma una sigaretta; le giovanissime ballerine dietro gli spalti; i due jazzisti che duettano da soli a tarda sera sul bordo di una piscina; la bambina che salta a corda in una terrazza in mezzo ad una fuga di palazzi; la coltivatrice di tulipani rossi a cui viene regalato un mazzo di tulipani blu; la vecchia maestra di pianoforte i cui allievi aspettano diligentemente seduti il loro turno; il panettiere che si aggira in bicicletta per una strada completamente deserta; il matematico che si cucina un uovo alla coque in una stanzetta piena di lavagne a loro volta piene di formule; il giovane ciclista che arrivato finalmente in spiaggia tentenna infreddolito sul punto di entrare in un mare sconfinato…. In ognuna di queste tavole, e ugualmente in tutte le altre, Sempé mette pace con la sua umanità: perché la racconta in tutta la sua malinconica bellezza. E forse, proprio a dieci anni dal momento che tutti continuano a dirci essere l’inizio di una nuova era, avevamo effettivamente bisogno di qualcosa che ci mettesse in pace con l’umanità. Anche perché di suo l’umanità non è che abbia fatto molto, nei dieci anni scorsi, per offrirci un seppur minimo senso di pace.