Recensione
Francesco Boille, Internazionale, 23/09/2011

Follie industriali

Frank Tashlin - uno dei pionieri del cinema d'animazione statunistense, prima per la Warner e la metro-Goldwin-Mayer, poi per Walt Disney - passò al cinema dal vero sceneggiando commedie per nomi di primo piano di Hollywood, come Jerry Lewis, e firmendone alcune delle più riuscite. "L'orso che non lo era", disegnato nel 1946, è una parabola, atemporale e insieme perfettamente calata nell'oggi, divertente e pedagogica, su come restare fedeli alla propria verità, malgrado tutto e tutti. Malgrado l'autorità, che cerca in modo dittatoriale di togliere a chi ha già poco, il bene enorme della sua identità e del suo ambiente, snaturandoli entrambi per asservirli. Una lettura utile anche nelle scuole, in questo momento di follie del capitalismo. Un orso va in letargo e al risveglio non trova più il suo bosco: al suo posto c'è solo una fabbrica gigantesca. In modo imperativo, tutte le gerarchie della fabbrica - cioè della società - cercano di convincerlo che non è quello che crde di essere. Se si prende distanza con sapienza, come in questo caso, il capitalismo e il potere in genere, così concreti, sembrano comicamente surreali. La fiaba nonsense di Tashlin richiama ovviamente gli ingranaggi di Tempi moderni di Chaplin.. Ma con il suo segno preciso e leggero è anche uno straordinario punto d'incontro tra diverse comicità disegnate: dal cinema d'animazione all'illustrazione concettuale ( da Saul Steinberg ai vignettisti della scuola del New Yorker) passando per il fumetto stesso (Cliff Sterrett, Frank King). Una lezione di sintesi tra concezioni grafiche diverse.