Recensione
Marcello De Cecco, L'Indice n. 9, 01/09/2011

Un modello di sviluppo assassinato

Fra gli anni trenta e gli anni settanta del Novecento si affermò nei principali sistemi economici occidentali l’economia mista, mentre allo stesso tempo cresceva ,nelle grandi imprese, il ruolo dei manager, cha rimpiazzavano la proprietà nella gestione , anche nelle decisioni e azioni più strategicamente rilevanti. Cresceva intanto anche il ruolo delle grandi imprese, che divenivano veri e propri centri di programmazione micro e macro economica. In questo contesto, l’Italia non si trovò a ricorrere modelli sviluppati altrove. Le grandi imprese, spesso create dalla stato o dal plesso stato- grandi banche, avevano caratterizzato il capitalismo italiano dai primi decenni dell’unità. Vista la prevalenza di questi modelli organizzativi, anche se ognuno ricorda il ruolo di alcuni famosi grandi imprenditori privati, nelle prime fasi dello sviluppo economico italiano altrettanto celebri i nomi di alcuni super manager sia privati che pubblici, che si affermarono come veri protagonisti della nostra storia economica di quei decenni e di quelli successivi. E’ stato affermato da studiosi assai ben documentati come, in questa fase della storia economica del nostro paese, il livello educativo e culturale degli imprenditori e manager italiani fosse addirittura superiore a quello dei loro principali concorrenti stranieri. Molti osservatori stranieri guardarono all’esperienza italiana delle grandi imprese, specie di quelle di proprietà pubblica ma gestite con metodi e snellezza privatistica , con grande interesse. Fiorirono così in Europa e in America Latina vere e proprie celebrazioni di questo modello organizzativo industriale, che sembrava essere responsabile degli indubbi successi economici italiani. Molto interesse suscitò anche in Giappone. Mentre all’estero ci si applicava a studiare e persino imitare l’Italia, cominciava invece, nel nostro paese una vera e propria guerra contro quelli che erano considerati disinvolti eccessi, usurpazioni da parte delle imprese pubbliche delle prerogative dell’economia privata, dell’amministrazione statale e dei loro legittimi territori. Una guerra, scatenata nei primi anni sessanta, che alla fine di quel decennio poteva considerarsi già vinta dall’alleanza tra industria privata, opposizione politica sia di destra che, sorprendentemente, anche di sinistra, e strutture delle gerarchie amministrative pubbliche, gelose dei propri privilegi e decise a far pagare ai “padreterni” ( come Luigi Einaudi chiamava i grandi manager pubblici) la loro insofferenza alle pastoie di controlli amministrativi ispirati solo alla conformità formale alle regole del diritto e non all’efficienza economica della gestione. Il libro di Marco Pivato “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, racconta con molta competenza e partecipazione i quattro episodi più famosi di questa guerra, che sconfisse, paradossalmente, per prima l’impresa privata più famosa d’Italia, gestita in maniera del tutto eterodossa rispetto a quelli che erano i modelli in voga nel capitalismo italiano del tempo, e poi riuscì a neutralizzare , con azioni di pesante repressione penale, i protagonisti più noti dell’economia mista. I casi sono quelli della divisione calcolatori elettronici dell’Olivetti, dell’Agip di Enrico Mattei, del Cnen di Felice Ippolito, dell’Istituto superiore di sanità di Domenico Marotta, nel quale lavoravano i premi Nobel Daniel Bovet e Boris Chain. Pivato, giustamente, mette in luce come, con la dissoluzione della divisione computer dell’Olivetti, venduta alla General Electric e poi praticamente distrutta, malgrado avesse prodotto e venduto con grande successo i primi calcolatori elettronici da tavolo del mondo, con l’incidente aereo mortale che uccise Enrico Mattei, il suo pilota e un giornalista americano suo ospite, con l’arresto , il processo e le pesanti condanne inflitte a Ippolito e a Marotta, la strada che l’economia italiana aveva in quegli anni decisamente intrapreso verso l’integrazione della ricerca scientifica nella struttura industriale, in coincidenza e talvolta anche precorrendo quel che accadeva negli altri principali paesi industriali , si interruppe bruscamente e non fu , nei decenni successivi, mai più ripresa. Non si trattò nemmeno dei soli episodi di distruzione in breve tempo di un patrimonio brillantemente accumulato dal plesso scienza-industria italiana. Altri se ne possono aggiungere. L’Ufficio studi della Montecatini, guidato da Giulio Natta, che era riuscito a cogliere il grande successo della petrolchimica, con la creazione del polipropilene, per il quale Natta avrebbe ricevuto il premio Nobel, fu neutralizzato in anni immediatamente successivi , vittima illustre delle “guerre chimiche” follemente scatenate e condotte con i soldi degli indennizzi della nazionalizzazione dell’energia elettrica. Lo stesso può dirsi di ciò che accadde all’industria spaziale, che riuscì a mettere in orbita il terso satellite artificiale del mondo , a pari merito con l’India, sotto la guida del generale Broglio e grazie alla famosa piattaforma lanciamissili costruita nell’Oceano Indiano. Coloro che mettono insieme le storie narrate in questo libro , e le altre aggiunte, e ci rimuginano sopra ormai da decenni, hanno compreso che quello subito allora dallo sviluppo economico italiano non fu solo un temporaneo arresto, ma un vero cambiamento di direzione e di velocità di marcia, anche scientifico e persino civile , del nostro paese. Cominciò allora il declino industriale , anche se il reddito pro capite continuò per molti anni a crescere e le esportazioni italiane ad affermarsi nel mondo. E, quel che è assai più grave, tutti gli altri tentativi che scienza, tecnologia e industria italiana fecero in anni successivi per conquistare posizioni di avanguardia nei settori di punta dello sviluppo industriale mondiale inesorabilmente abortirono per le stesse cause che avevano portato alla distruzione concentrata e congiunta dei più celebri predecessori , dei quali parla Pivato in questo libro. Crollarono quindi, nel tempo, lo sviluppo dell’industria elettronica con il blocco alla televisione a colori, delle costruzioni ferroviarie, con il rallentamento del progetto dei treni ad alta velocità, iniziato dagli Italiani primi in Europa e nel mondo e poi bloccato per venticinque anni (ché tanti ce ne vollero , a un paese che aveva costruito un’intera rete autostradale nazionale in un decennio, per completare i 250 Km della linea ferroviaria veloce da Roma a Firenze). L’industria delle telecomunicazioni, portata all’avanguardia dalla leadership della Sip pubblica ( solo esmpio di utilizzazione virtuosa dei soldi degli indennizzi elettrici) e della Telettra privata, entrò in crisi proprio quando era venuto finalmente il suo momento per giocare la partita della commutazione elettronica, all’alba degli anni novanta. Eppure era stata capace , decenni prima, di costruire , con sistemi di commutazione elettromeccanica di pura concezione e realizzazione italiana, la prima rete di teleselezione telefonica nazionale in Europa. L’industria farmaceutica , sempre per merito di grandi manager pubblici , aveva messo l’Italia tra i paesi di punta del settore in Europa e nel mondo. Crollò vittima “delle guerre chimiche” e a causa della introduzione del rispetto dei brevetti internazionali, negli anni ottanta, proprio quando economisti e scienziati cominciavano a interrogarsi sulla positività dei brevetti stessi per la ricerca scientifica. Nel frattempo si verificava l’ascesa della piccola impresa, il secondo miracolo italiano secondo i suoi celebratori, che sostituiva completamente il primo, quello ottenuto a imitazione dei principali paesi avanzati, mettendo insieme la scienza delle università e il genio e la cultura degli imprenditori e dei manager pubblici e privati , che aveva fatto fiorire il sistema delle grandi imprese e generato migliaia di posti di lavoro ad alto livello. Questo nuovo episodio della nostra storia industriale , purtroppo, non è stato assolutamente capace di dare e preservare nel tempo al nostro paese quelle caratteristiche di progresso e civiltà che tanto sembrano stare a cuore alle nostre classi dirigenti. Si affida troppo alla debolezza del cambio e all’evasione fiscale. Non è in grado di lavorare in sinergia con la ricerca scientifica. Non genera posti di lavoro di qualità. Pivato afferma tutto questo senza ambagi nel suo libro, il cui merito principale è quello di storicizzare le radici del nostro declino non solo industriale, ma anche civile, e di mostrare con chiarezza che il modello di simbiosi tra scienza, tecnica e industria non morì nel nostro paese, ma fu assassinato, proprio quando cominciava ad affermarsi pienamente. Pivato non ci dà i nomi dei colpevoli dell’assassinio. Ma fornisce quelli di molti indiziati e degli ambienti in cui il crimine fu concepito e realizzato. Quelli come me, che furono giovani negli anni sessanta e poterono , nelle università straniere, sentire sempre maggiore e più diffusa l’ammirazione per l’Italia e la sentirono poi, nei decenni successivi, affievolirsi e trasformarsi di nuovo nella nello scherno e nella ironia che gli italiani all’estero si erano portati addosso per tre secoli, possono, insieme a Pivato, additare al disprezzo dei posteri questi personaggi e questi ambienti che, oggi ancor più di allora, ci affliggono. Sono fermamente convinto che i responsabili dell’assassinio, sia i mandanti che gli esecutori, furono quasi esclusivamente italiani e orrendamente italiane le loro motivazioni. La scomparsa dei settori di punta dell’Italia industriale cero fece piacere anche ai concorrenti stranieri, come Pivato sottolinea forse con troppa enfasi. Nei primi cento anni della sua vita unitaria, l’Italia aveva costruito , pur tra mille contraddizioni, una sua realtà economica e industriale omogenea a quella dei maggiori paesi europei. Nei successivi cinquanta abbiamo proceduto a distruggerla, questa realtà, e a sostituirla con una sorta di metastasi industriale , che è la negazione di quel che accadde nei primi cento anni e che ci sta allontanando dall’Europa civile. Il libro di Pivato narra il primo episodio di questa storia di distruzione. E’ una gran brutta storia la sua, ma molto ben raccontata ed estremamente istruttiva.