Recensione
Paolo Febbraro, Il Manifesto, 28/08/2011

Tentativi di riabilitare il senso di parole forti e desuete

Il nuovo libro di Goffredo.Fofi, intitolato “Zone grigie. Conformismo e viltà nell’Italia di oggi” , è un’opera semplice. Raccoglie “con un po’ di vergogna per la loro inadeguatezza rispetto ai problemi affrontati”, brevi scritti apparsi nel corso del 2010 sul quotidiano L’Unità e sulle riviste che Fofi dirige, “Lo straniero” e “L’asino”. Semplicità, vergogna, inadeguatezza: sembrerebbe di trovarsi davanti a un libro programmaticamente minore, a una proposta laterale, a un passo indietro. Se non fosse che il sottotitolo parla di viltà, e lo scritto introduttivo, “Le parole che vanno riabilitate”, torna a pronunciare i termini rivolta e rivoluzione. Come si può farlo, senza avviarsi in complesse disquisizioni terminologiche, senza distinguo e analisi storico-economiche, e senza dichiarare, in anticipo, una bancarotta politica e culturale? Fofi ci riesce, con sfrontatezza e libertà capaci più di contagiare che di convincere. E forse, contagiarci, spingerci a uscire dall’apatia ( come recita il titolo di uno degli articoli) è proprio ciò che vuole. La sinistra si è atrofizzata per via dei tatticismi, dei verbalismi, degli estremismi che hanno caratterizzato soprattutto gli anni ’60 e ’70. Oggi Fofi propone definizioni luminose per brevità e assenza di ogni contorsione concettosa. La morale scientifica è “senso di responsabilità verso la buona vita degli umani, nel rispetto di tutto il vivente”; abbandonare la zona grigia dell’accettazione dell’esistente si potrà solo proponendo “un’idea adeguata del mondo e del futuro”; la borghesia è “ridotta oggi a una masnada oligarchica di super-ricchi nemici di ogni giustizia e, nella loro avidità, di ogni futuro”; l’alternativa al rapace modello di sviluppo del capitalismo che può essere degno e conciliabile, nei limiti di quella che i quaccheri chiamavano “la giusta mercede”. Non è l’inadeguatezza, allora, né il punto di vista settario, o nobili pretese umanistiche a dominare in questi scritti giornalistici. E’ il tentativo di denunciare la condizione umana odierna senza mettere avanti troppi alibi intellettuali, nella speranza di risvegliare le coscienze e non di purificarsi l’anima. Quanto alla zona grigia, essa accoglierebbe, secondo Fofi, coloro che sono oppressi e non lo sanno, perché adescati di continuo dalle blandizie consumistiche che mirano all’aumento del prodotto interno lordo e alla remunerazione del capitale. La partita, allora, si può giocare nel rapporto tra cultura e popolo (ancora una volta, Fofi usa impavidamente le categorie più generiche e le contrapposizioni meno sfumate, a indicare che proprio quelle sfumature sono via via consumate dalla polarizzazione fra che ha tutto e chi avrà sempre meno). E di cultura Fofi parla in particolare nella sezione più interessante del libro, intitolata La distrazione. Comincia ricordando don Dilani e la sua polemica contro la ricreazione scolastica , per poi attaccare la pubblicità (“la pubblicità, disse un tempo Godard, è il fascismo del nostro tempo”) e le professioni “creative”, accreditate da troppi istituti universitari, velleitari e servili nei confronti della società dello spettacolo. Nella somministrazione controllata della cultura, Fofi trova il peggiore feticcio, la tentazione più corriva: “la cultura con cui dobbiamo quotidianamente confrontarci è una specie di tranquillante o di sonnifero, che ci distrae e ci aiuta a non pensare invece che a pensare, a dimenticarci invece che a trovarci”. Anche qui, Fofi riesce a sfiorare il grado zero del linguaggio e una incontrovertibile autoevidenza dei ragionamenti. Eppure, proprio il suo impiego della parola distrazione genera perplessità: Fofi caldeggia una cultura critica che sappia “ampliare il quadro, ricollocare le opere nel loro contesto…dandosi anche, necessariamente , una funzione “pedagogica”. Impossibile non concordare. Tuttavia, la attuale pervasività dei consumi fa sì che persino la cultura critica rimandi a quel fenomeno, magari collocandosi alla sua ala sinistra, sebbene fagocitata. La distrazione, allora, non andrebbe stigmatizzata come cedimento all’effimero, come evasione, ma rivalutata come unica arma intellettuale nelle mani di chi evita di partecipare, di chi cerca di astenersi, di interferire nella catena del ciclo produzione/consumo. Forse essere fortemente e attentamente distratti potrebbe avere il senso – come dice Fofi con un’altra delle sue risemantizzazioni – di “collocarsi modestamente tra coloro che pensano alla vera gloria, che si conquista attraverso il ben fare? E che può efficacemente restare “ignota ai più”.