Recensione
Piero Del Giudice, Galatea, 01/07/2011

Le malebolge

Milano/Corea di Danilo Montaldi* e Franco Alasia, esce per la prima volta nel marzo del 1960 (Feltrinelli). L’opera mette sotto la lente dell’analisi sociale l’accadere delle migrazioni interne italiane negli anni Cinquanta - dal Sud, dal Veneto e dalle Isole, verso il triangolo industriale Milano/Torino/Genova.

Libro di due autori che affondano il proprio sapere nel pensiero marxiano e nella storia orale della società arcaica analfabeta, viene riproposto dall’editore Donzelli, nel genetliaco del mezzo secolo e per la sua incredibile attualità. Libro-resoconto girato sulla scena delle periferie di Milano nel decennio cardine della trasformazione e della crisi della società italiana, Milano, Corea si struttura su un poderoso saggio di Montaldi e 32 interviste di Alasia [operaio-sociologo, seguace di Danilo Dolci] registrate nelle anse asilari, nei casermoni, nel tumulto edilizio, nelle cascine riattate, nei domicili provvisori, nei giacigli, nelle baracche e nelle “Coree”, appunto, che - fungaie di umane tragedie e plebee epopee - occupano l’orizzonte immediato, la cintura dolente, le malebolge del capoluogo lombardo. Milano/Corea parte dalle periferie viscontee e ambrosiane, ma domina e mette in scena società e classi di un intero paese che da contadino muta in industriale, da regionale/dialettale in nazione composita. Dieci-quindici anni in cui più di metà abitanti (25 milioni di persone) cambia residenza e un quinto regione: “Dagli scavi e dalle gallerie della metropolitana salgono tutti i dialetti d’Italia; barbe alpine, massacani, garzoni siciliani”. Milano, Corea, non è - come si potrebbe pensare, data l’inclinazione denigratoria - contrazione di “colera”, ma “neologismo rievocante” negli anni della guerra di Corea [nella penisola asiatica, sulla linea del 38mo parallelo, la prima guerra, per interposti eserciti, tra Urss e Usa]. Le prime ondate di immigrati si presentano alla gente come degli esuli, dei profughi, come “gente che aveva perduto una guerra”. E Montaldi apre qui alle disfatte bracciantili nelle campagne e nella occupazione delle terre, alla sconfitta del ’48. Collassano gli equilibri della società rurale e si accende la diaspora, la fuga. “Non avevamo da mangiare”, “Abbiamo fatto lo sciopero”, “Abbiamo perduto la casa”, “Siamo venuti via”. Senza asilo, senza stella polare, bastano “due sedie, il tavolo, il letto e il quadro della Madonna e basta”. Come allora oggi. I milioni di braccianti, contadini, artigiani proletarizzati, in fuga dalle sconfitte sociali, dalla povertà, dalle alluvioni (Polesine e Calabria, 1951), spogliati di ogni qualità e cultura originaria, sono gli stessi braccianti e artigiani e sarti e fornai e tecnici che traversano oggi il Mediterraneo e vi muoiono. Dal Maghreb e dal Mashrek, torme e fantasmi da mondi in estinzione. E gli stessi rifiuti, lo stesso rigetto, fanno sodalizio con caporalato, subappalti, lavoro nero: “Offresi appartamento, purché settentrionali” sui quotidiani e sui cartelli “Si affitta, esclusi meridionali”. La stragrande parte degli immigrati sono irregolari, clandestini. “Dopo essersi in qualche modo sistemato - scrive Montaldi - l’immigrato cerca di ottenere la residenza; a questo punto comincia il dramma: dal Comune la residenza non gli viene concessa se non risulta che egli eserciti un lavoro sicuro, ma all’Ufficio di collocamento, dove occorre essere iscritti per ottenere un lavoro stabile, non gli viene concessa l’iscrizione se non ha prima ottenuto la residenza dal Comune…”. Gli italiani delle migrazioni interne come senegalesi, arabi, magrebini. E tutti - una classe sociale - come agli albori della industrializzazione: “Non diversamente dal tessitore del 1830, l’operaio che abita a Codogno si alza alle 4 e mezzo del mattino; ma questa volta è per trovarsi in orario sul cantiere o davanti ai cancelli della fabbrica. L’alba della Città comincia a tanti chilometri di distanza con un risveglio di massa.” Nella città dove: “Di sera, lungo le strade della periferia, si sentono funzionare delle piccole officine casalinghe, quasi clandestine, e sono ancora operai di fabbrica che tentano di far fronte alla scadenza delle cambiali, dell’affitto, del consumo dell’energia elettrica…” O una promozione sociale. Adesso, dieci anni prima del “biennio rosso” del riscatto (1968-1970), quando alle malebolge succederà l’agorà, solo intuizioni e perplessità delle coscienze: “Perché venite tutti qui?”, “Veniamo qui a dar da mangiare a voialtri, e certo. Non veniamo a lavorare? Chi viene a lavorare? Chi fa andare le fabbriche? Chi fa le case, le strade?”. Esodo e deriva. Su ogni tre persone delle nuove periferie, una proviene dalle campagne o dalle montagne circostanti, una da regioni del Nord e del Centro e una dal Meridione o dalle isole. Con fagotti e valige di cartone, da case coloniche abbandonate, dall’avaro latifondo, dagli appezzamenti penduli dell’Appennino e delle valli alpine, lasciano vuoti spettrali e affollano le Coree: “Una casa di fronte, una di traverso, una di fianco, una isolata, nasce la Corea, lontana, disorganica, disagiata, una frazione del paese che non ha ancora un nome ufficiale, senza strade, senza servizi. Quando i vuoti saranno stati riempiti salterà fuori un intrico di vicoli; i vicoli prima delle strade”. Dentro l’universo proletario e sottoproletario che si costituisce, Danilo Montaldi - lo scrittore delle Autobiografie della leggera – apre sulla parabola della immigrazione femminile. Chiusi i bordelli di Stato dalla legge Merlin, la prostituzione si esercita nei Viali, nei Parchi - lavoro ripetitivo e banale. Ex-cameriere, ex-operaie dell’artigianato e dei lavori a domicilio, ex-belle ragazze di paese si vendono in “Viale Palmanova, Viale Fulvio Testi, baracche a Greco, cascinotti dove i tram non arrivano, corsi d’acqua a San Cristoforo, siepi dietro Piazza Cuoco, demolizioni alla Barona - altrettanti luoghi d’approdo e di disfacimento”. E prostituti. Bruno O : “…mi dette mille lire. Poi mi accarezzò nella faccia e mi gettò subito la mano nelle braghette…Cerca di qua cerca di là finalmente trovò una casa diroccata e si potè sfogare come voleva lui…Sono due mesi che sono a Milano, un po’ mangio la minestra dei frati, un po’ la minestra della mensa alla sera, poi vado a parco Ravizza cercando di trovare qualcheduno, così con i soldi dei frosci mi faccio le mie cose.” Poi la scrittura si vena di malinconia: “…alcuni di loro [i giovani della Comasina], più aperti e con maggiori possibilità, si spostano con le moto verso la via Farini, animata di prestigio nelle ore serali, verso i cinema, le sale della boxe. Sono quelli che sentono più acutamente la lontananza della città. Avviene che sui prati vaghi della Comasina si fermino per mesi i circhi dei guitti, dei saltimbanchi, e ritornino i popolari campioni che ancora seguono, prima del tramonto, le strade della popolazione povera: Jacovacci, ex-campione d’Europa di lotta libera, contro Knudsen, campione di Danimarca: è un manifesto scritto a mano”. Non c’è riscatto nella “città che cresce”, città di un tempo cadenzato dal lavoro e dalla fabbrica tayloristica. Un tempo frazionato, messo a fuoco dalla fotografia, da sequenze di fotogrammi, in cui esistenze - vite - emergono alle cronache dal buio sociale e storico e subito eclissano. Un altro cremonese - Giuseppe Guerreschi che lavora a lungo con Montaldi – coglie, in pittura, questa universalità della cronaca. Poi sul racconto urbano sarà Visconti con Rocco e i suoi fratelli, Giovanni Testori con I misteri di Milano e - già in una modificazione di passo – Elio Pagliarani con i versi de La ragazza Carla. Ermeneuti tutti di un universo che Montaldi sintetizza così: “cumulo di qualità dissociate e contraddizioni, che ancora aspetta di poter essere trasformato, dagli uomini, in un mondo”.

* Militante politico “eretico”, storiografo innovativo e sociologo di radici marxiane, scrittore d’arte, Danilo Montaldi (Cremona 1929-1975) è presenza originale e fondamentale nella cultura italiana del dopoguerra. Le ricerche e analisi sull’essere e il divenire delle classi sociali subalterne della Valle Padana stanno in Autobiografie della leggera e Militanti politici di base e anche in Milano, Corea. Le ricerche sul Partito comunista italiano - di cui fa parte per un breve periodo - in Korsch e i comunisti italiani. Contro un facile spirito di assimilazione e Saggio sulla politica comunista in Italia. Nel 1994 sotto stati raccolti i suoi saggi e scritti sparsi nel volume a titolo Bisogna sognare. Scritti 1952-1975.