Recensione
Alessandro Leogrande, Il Corriere del Mezzogiorno, 15/09/2011

La Rivoluzione dell'Unità

Nell’ultimo anno i testi sull’Unità d’Italia hanno invaso le librerie, come se ogni evento, fatto, questione o problema sviluppatosi nei centocinquanta anni successivi fosse direttamente riconducibile a quanto accaduto nel triennio 1859-61. In questa esplosione editoriale, come ha notato lo storico Emilio Gentile, i volumi risorgimentisti e quelli revisionisti (neoborbonici o filoleghisti) si sono divisi equamente i l campo, spesso adottando entrambi un uso ballerino e impreciso delle fonti storiche. Giunge ora in libreria L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile di Salvatore Lupo (Donzelli). È un libro importante, che chiarisce molti dei punti rimasti oscuri nella turbolenta transizione meridionale all’unità d’Italia. Innanzitutto Lupo dice di preferire il termine «rivoluzione» al termine «Risorgimento », che presuppone la creazione di una comunità etnicamente coesa. Preferisce il termine «rivoluzione » per due motivi. Il primo è che fu una parola diffusissima nel nostro Ottocento. La rivoluzione era preconizzata dai mazziniani e dai democratici, temuta dai liberali, vista come il fumo negli occhi dalle corti assolutiste. Fare o non fare la rivoluzione è il dilemma dei momenti caldi del processo di unificazione nazionale. Il secondo motivo è che la liberazione del Sud (quella che i neoborbonici interpretano come conquista) fu un processo rivoluzionario. Soppresse un vecchio ordine (uno stato sempre più repressivo) e ne introdusse un altro. Prima la dittatura garibaldina, poi la normalizzazione piemontese. Lupo smentisce la solita litania secondo cui la liberazione del Sud dai Borboni fu affare delle élites. I Mille erano effettivamente poco più di mille, ma i volontari meridionali che accompagnarono l’impresa furono 40-50 mila, e si scontrarono con un esercito costituito da altri meridionali e da mercenari svizzeri. Non solo: la prima fase della Spedizione, quella siciliana, fece leva sulle richieste di autonomia dell’isola, su un diffuso odio antiborbonico che attraversava tutte le classi sociali. Da qui l’uso del termine «guerra civile». Non fu tanto una guerra civile tra Nord e Sud del paese, bensì una guerra civile interna allo stesso Regno delle Due Sicilie. Essa tagliò in due ceti, paesi, regioni; si nutrì di cause «grandi» come l’assetto dell’Italia futura, e di cause «minute» come il possesso delle terre demaniali. In alcuni comuni, la lotta tra borbonici e antiborbonici per il loro controllo fu feroce, ma quasi sempre fu uno scontro interclassista, e vedeva elementi popolari da una parte o dall’altra. Lo scontro - scrive in definitiva Salvatore Lupo - era essenzialmente politico, non sociale. Vecchio contro nuovo, rivoluzione contro controrivoluzione. Le sue cause risalivano molto indietro nel tempo, fino all’esperienza tragica della Repubblica partenopea del 1799, ai moti del 1820 e del ’48. Chi oggi rimpiange i Borboni, dovrebbe ricordare che la repressione post-48 produsse migliaia di vittime. Per Lupo ha un carattere essenzialmente politico anche il brigantaggio post-unitario, che accese focolai soprattutto in Lucania e Campania. La tradizione storiografica prevalente ha sbagliato a interpretare il brigantaggio unicamente come una sorta di moto sociale, quasi una ribellione di classe contro il nuovo ordine piemontese. È la stessa biografia dei maggiori briganti a smentire questa ricostruzione. E qui (in quella che è una delle parti più interessanti del libro) Lupo analizza le figure di Carmine Crocco e del Sergente Romano. Crocco imperversò nel Vulture; Romano, ex sottufficiale del disciolto esercito borbonico, era invece di Gioia del Colle. Scrive lo storico siciliano: «Le camicie rosse avevano trovato molti sostegni in Calabria, in ambienti proprietari ma anche in ambienti popolari: regione in cui (non a caso, forse) non si ebbe poi brigantaggio politico». Nelle altre regioni, invece, le cose andarono diversamente. Non perché fosse diverso il tessuto sociale, ma perché era diverso l’intreccio politico di rivoluzione e controrivoluzione. Il Sergente Romano, di cui oggi molti celebrano le gesta, era un liberatore che lottava contro i piemontesi «colonialisti»? Niente affatto. Allo stesso tempo, però, non era semplicemente un brigante, un criminale. Era una figura, come molte altre simili alla sua, che nasceva dalla dissoluzione dell’esercito borbonico o della vecchia Guardia urbana. Sia lui che Crocco costituivano le ultime frange di lealismo popolare. All’occorrenza seppero cavalcare gli odi sociali, ma avevano un programma politico primitivo, palesemente reazionario. Riportare il vecchio ordine, ristabilire l’alleanza del trono e dell’altare contro le costituzioni usurpatrici. Per questo misero a soqquadro buona parte del Sud, spesso sotto la protezione dei vecchi latifondisti filoborbonici. Il fatto che la repressione del grande brigantaggio sia stata condotta con metodi illiberali, non giustifica una falsificazione della storia. Semmai fu proprio l’esclusione dei democratici e dei garibaldini negli anni sessanta a non dare uno sbocco istituzionale a quelle ingiustizie sociali da cui Romano e gli altri trassero linfa. Un’ultima osservazione. Il meridionalismo nasce con l’unità d’Italia non perché allora inizia il dualismo tra Nord e Sud, ma perché solo allora - in un contesto nazionale allargato - è possibile l’emersione di un pensiero critico che tematizzi il Meridione.