Recensione
Rossella Gaudenzi, Via dei Serpenti, 30/06/2011

Roma e il tempo

Roma e il tempo sono legati strettamente, a doppio nodo, poiché esiste un’unica città sulla faccia della terra a essersi guadagnata l’appellativo di città eterna, ed è Roma. Città eterna che non resta però immobile ma è in movimento perpetuo tanto da essere percepita come “fuggitiva”. Ma dove si colloca l’ago della bilancia, nell’immobilità o nel movimento, e se poi Roma fugge, fugge da cosa e verso cosa? Un’operazione doverosa quella effettuata da Donzelli editore di restituire all’alta letteratura italiana questi scritti di Carlo Levi, Carlo Levi l’artista, scrittore-giornalista-pittore-politico, databili tra il 1951 e il 1963, corredati da scatti di un giovanissimo Allan Hailstone, turista inglese, del 1956. Serie di scritti che Levi avrebbe voluto raccogliere e pubblicare con il titolo di Roma fuggitiva grazie alla malìa di un sonetto dedicato a Roma dallo scrittore spagnolo barocco Francisco de Quevedo.

Presentazione e postfazione sono opera autorevole di Giulio Ferroni che introduce il lettore a pagine di assoluta bellezza per stile, contenuti, ricercatezza, e raffinatezza del pensiero sostenuto da un’umanità, quella dell’autore, a tratti disarmante: «La scrittura di Levi ha il dono, oggi troppo misconosciuto, di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranze, di sensazioni, di delusioni». Il popolo di Roma, quello del primo scritto, è disincantato e scaltro, tanto avvezzo allo splendore che lo circonda da non commuoversene più e da considerarlo la normalità, un popolo che sgomitando entra in buona parte delle narrazioni qui raccolte, quelle sull’uomo: così è in Passeggiata domenicale, Il potere dei poveri, Briganti e contadini, Piante e semi. Accanto alle parole sugli uomini corre il binario degli scritti contemplativi, in cui il lirismo di Carlo Levi si innalza oltre misura: «Dentro una bolla di sapone, che un bambino lascia sfuggire nell’aria e segue con lo sguardo meravigliato, dentro la sfera trasparente dell’occhio di un insetto, di una grande libellula artigianesca che ronza sulla siepe, chiusi dentro a quel vetro cavo come gli omuncoli nella storia di un alchimista, ci stacchiamo dalla terra, e saliamo verticali, come per una immaginaria levitazione, su in cielo» (L’elicottero). Ricche di particolari e dense le descrizioni delle festività, del Capodanno come del Ferragosto, che per il lettore del XXI secolo assumono color seppia e contorni sfumati: «Anche chi non esce di casa e resta chiuso nella sua stanza, non si affaccia alla finestra, non legge il giornale, non parla con il portinaio o con la donna, anche il recluso, il carcerato o il monaco o il malato, anche il cieco, a Roma, non può non accorgersi dei giorni di festa. Non può non accorgersene, perché tutta l’aria che lo circonda, la sua qualità, la sua consistenza, la sua elasticità, la sua natura, pare cambiata».

Ogni narrazione è un cammeo, un’istantanea, una cartolina; la raccolta di scritti lascia la consapevolezza di aver avuto tra le mani letteratura di gran pregio che come per un’ondata di proselitismo si vuole diffondere e condividere.

La Roma degli anni Cinquanta e Sessanta è per Carlo Levi fuggitiva in quanto sede delle grandi contraddizioni e ambivalenze umane, del non essere soltanto ciò che sembra ma di essere anche altro da ciò che sembra, in corsa verso mutamenti architettonici, urbanistici, verso le speculazioni e gli affari; dietro un’apparenza granitica, in fondo una città in continua lotta con sé stessa.

«Roma è una città di fratelli. Non senza ragione la sua origine mitologica è fraterna, e di lotta fraterna, e il Padre è sempre stato, o Dio o Santo, così lontano e invisibile da non favorire complessi. Forse è questo carattere che distingue questa città da ogni altra».

Nota sull’autore Carlo Levi (1902-1975), pittore, scrittore e politico, è l’autore del capolavoro Cristo si è fermato a Eboli (1945) e di quell’impareggiabile affresco del dopoguerra italiano che è L’Orologio (1950). Antifascista, condannato al confino in Lucania, dal 1963 al 1972 fu senatore della Repubblica.