Recensione
Marco Neirotti, La Stampa, 01/07/2011

Guariniello né Toequemada né Robin Hood

Un nome, un terrore. Questo è, per il malato universo della in-sicurezza sul lavoro, Raffaele Guariniello, classe 1941, nato a Frugarolo, nell’Alessandrino, da un padre originario di Salerno che faceva il sarto, studente al liceo D’Azeglio di Torino, poi allievo di Bobbio e Conso; magistrato dal 1967, è stato via via inesorabile pretore delle vittime disarmate, poi procuratore aggiunto a Torino, toga d’accusa per la covata e deflagrata tragedia alla ThyssenKrupp e per la ritmica e inesauribile cadenza di morti dell’Eternit. Estimatori e denigratori evocano per dipingerlo nomi da Robin Hood a Torquemada, lui allo specchio si vede in modo più essenziale: «Non penso di vivere nel migliore dei mondi possibili. Tutto quello che si riesce a fare però va fatto».

Il mondo non migliore e la complessità di quel che si deve fare - e del come e perché farlo - sono il racconto giudiziario e umano di Il giudice (Donzelli, pp. 180, 15) di Alberto Papuzzi, firma della Stampa , autore di libri-chiave sul giornalismo e libri-inchiesta sull’ingiustizia: Portami su quello che canta (Einaudi, 1977) lacerò senza appello la cortina sull’abiezione dei manicomi.

Se oggi il nome di Guariniello è legato ai due processi Thyssen e Eternit (seguiti da tutto il mondo), la storia di oltre quarant’anni è il crescendo di una cultura giudiziaria su un tema, i diritti e la salute dei lavoratori, che un tempo era di fatto estraneo alle aule. Estraneo perché l’infortunio era considerato fatalità, perché la polizia giudiziaria concludeva scarni rapporti con la frase di rito: «Non si ravvisano responsabilità di terzi», perché il rapporto profitto-lavoratori era ancora la fotocopia di quello raccontato da Charles Dickens con Mr. Bounderby di Tempi difficili , perché il bisogno di un salario «spiegava» la morte affrontata: «Tutti erano a perfetta conoscenza che il lavoro dell’amianto non era un lavoro salubre. Ai lavoratori interessava solo la mercede», diceva per discolparsi il capo del personale della Sia, azienda dell’hinterland torinese i cui dirigenti finirono sotto processo nel 1996 per una catena di morti (su scala ridotta) analoga a quella dell’Eternit di Casale Monferrato.

Il cammino nelle «battaglie di Raffaele Guariniello» (sottotitolo del libro) dal 1971 a questi giorni ancora di amianto, non è una serie di stazioni dedicate a casi giudiziaeri. È, molto più in profondità, attraverso le inchieste e le parole del procuratore, la crescita di una cultura che si serve dei codici per cercare giustizia in spazi ignorati, poi diventa anche la Giustizia che si fa promotrice di mutamenti sociali, con la spinta a leggi più moderne. Dice Guariniello a Papuzzi: «Scoprendo gli infortuni abbiamo scoperto che c’erano delle norme per prevenirli e che erano norme penalmente sanzionabili in caso di violazione. E allora ci siamo buttati sulla prevenzione, ma non soltanto per gli infortuni, anche per le malattie professionali. Così si è aperto un nuovo e complesso capitolo delle ipotesi di reato». Fino all’azienda imputata, seppur nella persona dei vertici.

Si parte da indagini che entravano nelle realtà aziendali all’indomani del ’68. Sono quelle del 1971 sull’Ufficio Servizi generali della Fiat di quei tempi, dove si schedavano comportamenti e vite fuori lavoro dei dipendenti, fino a gusti e difetti della suocera. Sono quelle (1976) all’Ipca di Ciriè, fabbrica di coloranti che un libroinchiesta definì tout-court La fabbrica del cancro . È quella citata sulla Sia, già per l’amianto. Quella (1996) sul doping nel calcio, che attraverso la farmacologia in uso fra gli atleti della Juventus svelava un nuovo modo di concepire la sfida negli stadi. Poi la Thyssen, l’Eternit. Sono i protagonisti stessi - vittime di malattie, imputati, testi - a raccontare non soltanto i fatti (alcune rapide descrizioni sono terribili) ma la mentalità dell’epoca e l’evolversi della consapevolezza. Fanno eco le esperienze dirette e letterarie, da Franz Kafka a Primo Levi.

In un libro dedicato al suo ruolo, Raffaele Guariniello è serenamente molto meno protagonista di quanto lo rendano i titoli di tv e giornali. Nelle pagine di intervista, di fronte alla propria fama, anziché banalmente definirla uno scotto da pagare, forte di una vita appartata e di studio, risponde con ironia: «Secondo molti pecco per eccesso di protagonismo. Però a me questa cosa serve: se ho bisogno di una cosa al ministero, nessuno dice: ma lei chi è?». E poi ci sono le piccole vicende che non fanno titolo: «Scrivono per le ingiustizie minime: la strada per la scuola è pericolosa e il sindaco non provvede? Mando un maresciallo. Uno aspetta la somma per l’esproprio fatto per la Grande guerra? Ci muoviamo. Faccio volentieri questi interventi, è una giustizia spicciola ed è giustizia anche questa. Mi accusino pure di protagonismo, finché mi serve a ottenere le cose che fanno andare avanti i processi». Torquemada di certo no. Un nome un terrore probabilmente sì.