Recensione
Rossana Sisti, L'Avvenire / Agorà, 04/08/2011

Dal giardino fiorì Italo Calvino

Era l’angolo della posta, le domande di chi, visti sfiorire anemoni e fresie non sa se lasciare a dimora o estirpare i bulbi; se usare per concime i fondi di caffè o come convincere a rifiorire gli iris che non vogliono saperne. Era l’angolo dei problemi sollevati dai tanti appassionati alle prese con le proprie aiuole e balconcini, amatori in cerca di una parola saggia, scientifica, di sostegno. Come mai le ortensie non diventano più blu? C’è un segreto per far talee dai garofani ricadenti? Quesiti urgenti, richieste di istruzioni da mettere in atto con scrupolo per ottenere i risultati desiderati. Eva e Mario con semplicità e rigore rispondevano dalle colonne de “Il giardino fiorito” , il periodico della società italiana amici dei fiori che curarono dal 1931 al 1947. Le domande più interessanti furono raccolte in un volume pubblicato da Paravia settant’anni fa : 250 quesiti di giardinaggio risolti. Un libro dimenticato che l’editore Donzelli ha deciso di ripubblicare con lo stesso titolo con l’aggiunta di 24 preziose tavole a colori. Scrittura semplice, persino elementare , perfetta per essere capita anche dai più improvvisati aspiranti pollici verdi. Consigli asciutti e rigorosi – frutto però di un sapere alto – come asciutti e rigorosi erano nella vita Eva Mameli e Mario Calvino, i genitori di Italo. All’epoca entrambi erano già al vertice della loro carriera internazionale e animatori della Stazione sperimentale di Floricoltura di Sanremo. Una coppia fuori dal comune: scienziati, adoratori della natura, liberi pensatori, , li descriverà il figlio. Era un agronomo di gran calibro Mario. Sanremese, classe 1875, aveva girato il mondo, lavorato in Messico e poi a Cuba, dove aveva sperimentato nuovi metodi di coltivazione della canna da zucchero e delle piante tropicali. E dove era stato raggiunto da Eva Mameli , già sua moglie per procura: fu un colpo di fulmine intellettuale il loro. Botanica dalla doti eccezionali e dal carattere di ferro, di origine sarda, Eva fu la prima donna laureata in scienze naturali in Italia e la prima ad ottenere una cattedra universitaria di Botanica, a Cagliari. Nel 25 – due anni dopo la nascita di Italo all’Avana – i Calvino ritornarono in Italia, a Sanremo, stabilendosi a Villa Meridiana, una casa Liberty con un grande e lussureggiante giardino, ben presto sede della Stazione sperimentale di floricoltura, dove spiccavano le piante delle specie e varietà più rare, compreso l’avocado importato da Cuba, le palme, le bouganvillee e il falso pepe, l’albero del Barone rampante. Un paradiso perduto, spazzato dalla speculazione edilizia, ridotto a parcheggio, di cui è rimasta memoria grazie a un provvidenziale volume fotografico – Il giardino segreto dei Calvino – curato da Paola Forneris e Loretta Marchi, bibliotecarie sanremesi. Racconta Tito Schiva, ultimo direttore dell’Istituto sperimentale di floricoltura e autore di una biografia illuminante intitolata “Mario Calvino, un rivoluzionario tra le piante” (Ace International): “U prufessù, a Sanremo tutti lo chiamavano così, non era solo un autorevole scienziato dalle intuizioni geniali e un innovatore di grande spessore, era un comunicatore, un divulgatore insuperabile. Un uomo che viveva in simbiosi con la natura, che sapeva parlare alle piante e delle piante. Per lui il lavoro era una passione totalizzante. Era convinto di poter migliorare l’uomo attraverso la cura delle piante. Lavorava anche di notte, faceva chilometri a pieid ogni giorno, andando là dove la gente dipendeva dalla natura”. Metodico, austero e burbero con i figli, paziente e comprensivo con tutto quanto aveva a che vedere con il mondo vegetale. Mario era come preso dall’ansia perpetua di migliorare con la conoscenza la vita degli agricoltori. Scrive Italo in “La strada per San Giovanni”: “Parlarci era difficile…lui del mondo vedeva solo le piante e ciò che aveva attinenza con le piante ….Entrambi d’indole verbosa, posseduti da un mare di parole , insieme restavamo muti “. Assorbita dalle sue piante , microscopio sempre alla mano, anche Eva era presa da un’ossessiva passione per la ricerca, dalla cura di catalogare ed etichettare. Sempre Italo: ”Mia madre era una donna molto severa, austera, rigide nelle sue idee tanto sulle piccole che sulle grandi cose…Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva”. Per lui fu giocoforza prendere le distanze da due genitori dalla personalità così forte. “Sono figlio di scienziati . Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore… - spiegava amaramente – io sono la pecora nera , l’unico letterato della famiglia”. “Eppure , nonostante avesse cercato di mettere una distanza incolmabile tra sé e i genitori ( io non riconoscevo né una pianta né un uccello, per me le cose erano mute) – conclude Tito Schiva – Italo non ha potuto sottrarsi all’essere fecondato anche letterariamente da quelle nozioni, sensazioni ed emozioni, da quel carisma che i suoi esprimevano attraverso il loro lavoro. Anche se controvoglia Italo ha brillato di luce riflessa. Come non riconoscere nel sognatore che ha cavalcato la leggerezza del suo animo , nella mentalità scientifica, il suo ordine intellettuale, la sua passione morale e civile, i segni di un’eredità imprescindibile?”. Del resto aveva scritto Mario Calvino “So che spesso parlerò al vento. Ma anche le piante affidano al vento i loro semi, supremo scopo della loro vita. Non tutti i semi andranno dispersi….”