Recensione
Elisabetta Bolondi, www.ventonuovo.eu, 07/09/2011

Donne, tv, costume, storia: una bella sintesi

Introdotto dallo storico Franco Cardini, concluso da una interessante intervista al nuovo direttore generale della Rai, Lorenza Lei (incredibilmente una donna!), il saggio sulle donne e la televisione che è appena stato pubblicato da Daniela Brancati, nota giornalista già direttora di un telegionale rai, la prima in Italia ( ora c’è solo Bianca Berlinguer a dirigere tg3) è una miniera di informazioni, dati, comparazioni, tabelle, citazioni, interviste…. ma soprattutto una piacevolissima carrellata nella storia della televisione dal 1954, quando Fulvia Colombo iniziò la programmazione della Rai dagli studi di Milano, fino ai nostri giorni, giorni bui e cupi, visto che la tv sembra ogni giorno più lontana dal gradimento del pubblico, convinto da altri mezzi tecnologici più vicini ed efficaci. Chi è coetaneo dell’autrice rivivrà nella lettura del libro l’ascesa dei suoi beniamini, rivedrà i titoli dei programmi preferiti, ricorderà momenti della propria vita legati ad un numero di ballo, ad un personaggio, ad una canzone……Tutti sono passati dalla televisione, prima monopolio in bianco e nero dell’Italia democristiana, ai tempi del benemerito/criticatisssimo Ettore Bernabei, poi, dopo il cambio politico nell’Italia degli anni 60, con la nascita del secondo canale e poi del terzo, con relativa lottizzazione dei partiti a cui tutti abbiamo assistito; ma la Brancati efficacemente ripercorre le tappe della storia del costume, della politica, della influenza religiosa del cattolicesimo e poi dei partiti politici nel nostro paese, mostrando come la televisione abbia seguito ogni evoluzione e purtroppo ogni involuzione del processo di crescita della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Il grande spartiacque è ovviamente la nascita della televisione commerciale e l’avvento di Mediaset e del suo presidente a rompere la piatta atmosfera del conformismo democristiano ereditato anche dal successivo centrosinistra. “La guerra dei Puffi” viene raccontata come il momento di snodo per il futuro conflitto d’ interesse mai risolto che sta scardinando le istituzioni del nostro paese: quando furono spente le emissioni delle reti Mediaset perché fuori della legge vigente, Berlusconi riuscì ad ottenerne la riapertura a furor di popolo, grazia anche alla protezione politica offertagli da Bettino Craxi. Il libro però è davvero interessante per l’attenzione che fin dal titolo si riserva alle donne, alle quali, tuttavia, l’ autrice non fa sconti: un capitolo fondamentale del saggio si intitola “Le donne non sono innocenti”, e le ragioni di tale tesi coraggiosa sono ampiamente spiegate e intelligentemente motivate. “Con quella bocca può dire ciò che vuole!” diceva in un celeberrimo Carosello il maschio di turno ad una sfolgorante giovane Virna Lisi, e questo meglio di altri esempi spiega come in tv la donna sia stata rappresentata prima come bella e scema, più tardi come valletta muta (celebri le vallette dei vari Lascia e Raddoppia, Musichiere, fino alle più recenti veline, meteorine, mute e nude!), mentre donne con personalità e grinta hanno dovuto adattarsi a stili preconfezionati: Enza Sampò ha avuto successo quando ha indossato tubino nero e capelli lunghi, venendo meno al suo più personale look maschile/sportivo. Per una Raffaella Carrà dalla personalità travolgente, molte altre hanno dovuto venire a compromessi pesanti per affermarsi sul piccolo schermo, dove anche in tempi recentissimi conta ancora solo la telegenia e l’atteggiamento fisicamente accattivante più che la credibilità professionale: ciò che per gli uomini non è richiesto, per le donne diventa una condizione indispensabile per accedere al video. Soprattutto, paradossalmente, in Rai: grandi professioniste come Cesara Buonamici e Lilli Gruber lavorano in tv private senza subire alcun tipo di imposizione. Dunque il saggio della Brancati si legge con interesse ed approfondisce temi apparentemente noti ma riproposti con ordine e rigore, in modo cronologico, contribuendo in modo decisivo alla comprensione delle ragioni dell’attuale involgarimento di tutto il mondo televisivo, dovuto ad una serie di ragioni di cui siamo un po’ tutti, almeno in parte, colpevoli.