Recensione
di Francesco Manacorda, LA STAMPA, 11/12/1997

Non tutto è perduto nei mezzogiorni d'Italia

Un indagine in profondità nel Mezzogiorno, anzi nei Mezzogiorni d'Italia, e nella storia economico-politica degli ultimissimi anni per riaffermare l'idea che al Sud non tutto è ancora perduto, a patto che si riescano a percorrere strade radicalmente diverse da quelle battute negli ultimi trent'anni, riaffermando il primato del mercato e della libera concorrenza. E' questa La grande svolta che auspicano Giorgio Bodo, oggi direttore degli affari finanziari della Fiat dopo undici anni al Servizio Studi della Banca d'Italia, e Gianfranco Viesti, che insegna Economia internazionale all'università di Bari. Un tema, quello del loro volume, forse poco alla moda in un'epoca in cui si contano infiniti cantori del miracolo del Nord- Est, ma importante proprio perchè sposta l'attenzione dall'Italia che traina a quella che è trainata, alla sfida di inserire il frastagliato tassello del Mezzogiorno - dove convivono i tracolli delle vecchie aree industrializzate e le realtà emergenti di Abruzzo, Basilicata e Molise - nel puzzle europeo. Si parte dall'analisi alla fine degli Anni 80, quando il sistema della crescita "finanziata a debito" marcia a pieni giri: dal bilancio dello Stato, dove i deficit si accumulano ingigantendo il debito pubblico, i trasferimenti al Sud continuano senza sosta, creando una ricchezza senza sviluppo. Nel 1988 per ogni 100 lire di reddito prodotto al Sud ve ne sono 73 di spesa pubblica: un rapporto che "non ha equivalente in nessun altro Paese o area, a parte i Laender della ex Germania comunista negli anni immediatamente successivi alla riunificazione" e il cui effetto principale è spingere la popolazione meridionale a vivere ben al di sopra dei propri mezzi. Sono due choc, uno economico, l'altro politico, che costringono il Mezzogiorno - anche il Mezzogiorno, nel più ampio contesto italiano - a cambiare registro all'inizio degli Anni 90. Il primo impone, assieme alla svalutazione della lira del '92, una politica di rigore fiscale e un'adesione non piuù solo di facciata al processo di convergenza economica europea, tagliando così in modo netto e assai sensibile spesa pubblica e trasferimenti. La crisi politica, intanto, espelle in modo traumatico un'intera classe dirigente - anche in questo caso non solo meridionale - lasciando comunque il Mezzogiorno con un deficit di quella rappresentanza politica tradizionale il cui ruolo era proprio la distribuzione di risorse pubbliche. E' un processo che certamente penalizza il Sud, anche se bisogna tenere conto di forti differenze da regione a regione, sintetizzabile in poche voci: fine dell'intervento straordinario e diminuzione degli sgravi contributivi, avvio delle privatizzazioni e contemporanea ritirata delle Partecipazioni statali. Il risultato? "Le fasi recessive dell'intera economia continentale, le nuove politiche fiscali e di rigore, la grande dipendenza dell'economia meridionale dalla spesa pubblica creano un mix micidiale, che porta la crescita, nel quinquennio 1991-1996, ad essere solo un decimo di quella del quinquennio precedente". Ma da questa situazione difficile, sostengono gli autori, possono anche nascere opportunità per una ricostruzione del Mezzogiorno su basi differenti, evitando di cadere negli eccessi opposti del neoliberalismo estremo e del neoassistenzialismo, ma puntando piuttosto a "misure strutturali di politica industriale volte a creare redditi di mercato, capaci di autosostenersi nel tempo". Non la fine della presenza pubblica nel Mezzogiorno, quindi, ma l'inizio di una nuova presenza pubblica che investa in infrastrutture, liberalizzi il mercato dei beni e dei servizi eliminando vincoli antichi e posizioni di rendita, e realizzi una flessibilità indispensabile per il mercato del lavoro.