Recensione
Emanuele Trevi, Il Messaggero, 08/08/2011

Agosto, rito di Roma

Possiamo dirlo senza timore di esagerare: ”Roma fuggitiva” di Carlo Levi ( introduzione di Giulio Ferroni, a cura di Gigliola De Donato), è un libro destinato a diventare, grazie alla qualità eccelsa del suo stile e alla genialità delle osservazioni, un vero classico tra i libri dedicati alla nostra città. Non può stupire più di tanto l’affermazione, visto che si tratta pur sempre dell’autore di “Cristo si è fermato a Eboli” e di molti indimenticabili reportages e cronache di viaggio. Ma l’amore per Roma di questo torinese così versatile ( fu medico, pittore, uomo politico e giornalista oltre che grande scrittore) è un fatto per nulla occasionale , che gli detta pagine magnifiche, sparse sui giornali tra il 1951 e il 1963. La nuova edizione Donzelli sposa degnamente questi scritti alle bellissime fotografie di Allan Hailstone in vacanza col padre a Roma, appena diciassettenne, nel 1956. Si tratta, inutile dirlo, di un libro da conservare gelosamente, e che può essere letto tutto d’un fiato, oppure gustato a seconda delle occasioni, come fosse una guida. Io consiglio di leggerlo durante i mesi estivi, soprattutto in quei fine settimana in cui la città appare spopolata come in un sogno, o nel corso di un indecifrabile scherzo collettivo. Carlo Levi è affascinato da questa condizione di silenzio e di vuoto, così rara a Roma, città dove per la maggior parte del tempo , la presenza del prossimo, nel bene e nel male, non manca certo di farsi sentire. Non posso resistere alla tentazione di citare queste righe iniziali di un articolo pubblicato il 21 agosto del 1958, intitolato “Le città vuote”, Se esistono buone scuole di scrittura giornalistica , sono articoli di questo tipo che dovrebbero venire impiegati come veri e propri libri di testo. Ma ascoltiamo Levi: “Il sole sta alto in mezzo al cielo, immobile e invisibile, come un re. E’ il mezzogiorno della mezza estate, la metà del secolo, la metà, forse, della vita. Tutto è fermo e senz’ombre, tutto è bianco e lucente. Tutto è amore, o tutto aridezza?”. Ecco, come dicevo , una grande lezione: quando si inizia un articolo così generosamente, offrendo così ampie vedute, si può stare certi che almeno qualche lettore arriverà fino in fondo. E nel caso di Levi, ne vale sempre la pena. In cosa consiste, si chiede lo scrittore, il fascino della città nei giorni di Ferragosto, così potente da indurlo ad andare in giro come se inseguisse uno spettacolo? Si potrebbe pensare che il deserto che si crea in questi giorni di metà agosto restituisca a Roma qualcosa della sua antichità perduta, nascosta dal traffico e dalla folla moderna. Ma sarebbe, riflette Levi, un grave errore di prospettiva. Nulla è più lontano dalla realtà di quell’immagine di un’antichità spopolata come nelle stampe di Piranesi. Al contrario, la cosa che più assomiglia all’antica Roma è probabilmente un mercato indiano. Ma siamo sicuri che il fascino di questo straordinario “spettacolo” offerto da Roma sia semplicemente la solitudine delle strade e delle piazze? Anche questo, può sembrare vero, ma è solo un luogo comune privo di verifica. Tra l’altro, non serve aspettare Ferragosto, per vedere una città spopolata: così si presenta ogni giorno all’alba. Ed ecco che scatta l’intuizione: l’atmosfera di Ferragosto è diversa da qualunque altra perché in realtà si tratta di un rito vero e proprio. Qualcosa di simile, suggerisce Levi, lo si potrebbe trovare nei libri del grande antropologo Ernesto De Martino. Ma che senso ha questo rito, che consiste nell’abbandonare la città? Per Levi si tratta di una liberazione “dal lavoro monotono e meccanico di tutto l’anno, dal lavoro come pena e peccato”. Abbandonandola “alla vendetta del sole” noi trasferiamo questa colpa alla città deserta. E alla fine del rito, quando torniamo a casa, possiamo cominciare un nuovo ciclo. Come tante altre di Carlo Levi, anche questa è n’idea: che merita di essere ripensata con tutta l’attenzione necessaria.