Recensione
Cristina Taglietti, Corriere della Sera, 28/08/2011

Un monello alla corte del "New Yorker"

Che cosa ci fa un innamorato di Saint-Germain-del Près a New York? Se si chiama Jean-Jacques Sempé non può che disegnarla, e non per un giornale qualunque, ma per la rivista che incarna la quintessenza (culturale) della grande Mela, il “New Yorker”. Naturalmente questo francese nato a Bordeaux nel 1932 , espulso da scuola per cattiva condotta, creatore del Piccolo Nicolas, il monello più famoso di Francia ideato insieme con Goscinny (il creatore di Asterix), raro esempio di straordinarie intuizioni pedagogiche unite a una matita spiazzante, non poteva che farlo a modo suo, dimenticandosi, a volte, di New York. Lo si vede bene in questo curatissimo volume , “Sempé a New York”, che Donzelli, l’editore che ha portato in Italia anche la saga integrale del “Petit Nicolas”, pubblica il 31 agosto. Il volume raccoglie le copertine realizzate da Sempé dal 1978 (numero del 14 agosto: un uccello con il volto di uomo appollaiato sul davanzale di un edificio) al 2009 (22 giugno: un uomo infreddolito sulla battigia non si decide a fare il bagno). Centouno copertine ( e altrettante vignette interne), accompagnate da una lunga intervista in cui l’artista racconta a Marc Lecarpentier il suo approdo sulle pagine della rivista fondata nel 1925 da Harold Ross, rimasta fedele negli anni a una sua idea di strampalata raffinatezza. “Quando sono andato a New York per la prima volta, sono soltanto passato più volte davanti all’edificio, senza neanche osare spingermi fino alla hall”, racconta Sempé. Poi, a Parigi, conosce Jane Kramer, giornalista del “New Yorker”, che propone di far vedere al direttore uno dei suoi album. Qualche settimana dopo arriva una lettera del direttore stesso , il severo William Shawn, che dice: “Ci piacerebbe molto che ci mandasse dei disegni o delle copertine, insomma faccia lei”. Comincia così la lunga collaborazione, a volte faticosa soprattutto per problemi di lingua (“Quando parlavo al telefono con loro comunicavo tramite ettolitri di sudore e di ansia. Diventavo matto. E per di più avevo a che fare con una persona che parlava velocissimo…”), per la severità (“Se li deludi sono senza pietà”) ma che l’ha fatto sentire comunque parte di una famiglia, anche se “Come in tutte le famiglie, non era proprio il paradiso….” Anni dopo quella prima visita Sempé torna a New York e ottiene di poter utilizzare l’ufficio di un altro disegnatore, il suo amico Koren, da dove ha modo di osservare da vicino il mondo che ruota attorno alla rivista , un cenacolo dove non si ride mai (“ma d’altronde credo che fosse così anche alla “Nouvelle Revue Française”), giornalisti che aspettano di sentirsi dire che il direttore ha letto il loro articolo e che lo pubblicherà, il minuscolo e solitario signor Shaw che una volta gli fa rifare all’infinito il disegno di un tipo seduto con il braccio sul ginocchio perché non gli piace il braccio. I disegni di Sempé sono coerenti con la linea stilistica del giornale, ma offrono della città un punto di vista diverso. La New York delle sue parole è la stessa che emerge dalle sue illustrazioni. “Laggiù si arrangiano tutti - dice ricordando il suo primo impatto con la città nel 1965 – Quello che mi aveva affascinato di più è la capacità di reazione di ciascuno: sei per strada, a un certo punto si mette a piovere, e alla prima goccia ti propongono degli ombrelli. E appena smette di piovere, gli ombrelli diventano orologi, cravatte o altro. Grattacieli e parchi, ma anche tanti interni silenziosi, appartamenti, teatri, , solitudini, giardini, musicisti ( Sempè è un grande appassionato di jazz), pedoni, innamorati, ciclisti, gatti, ballerine. Sono illustrazioni che, come scrive Lecarpentier, offrono un “concentrato di atmosfere in cui la poesia flirta discretamente con la realtà” perché, al suo talento di medium, “Sempé unisce la dolce generosità di chi non giudica mai. Perdona i vanitosi, incoraggia i cocciuti, invidia i beati ma non impone mai il suo senso dell’umorismo”. Disegni filosofici, li hanno definiti, anche se Sempé vede i suoi lavori semplicemente come “documentari , rapidissimi, molto fugaci, su quello che viene chiamato comportamento umano, o angoscia umana, o paura esistenziale”. Artist chiamano al “New Yorker” gli illustratori come Sempé , ma lui si vede in modo molto più semplice . “Sono convinto che se mi piazzassero accanto , per fare un disegno, un principiante e Leonardo da Vinci, cercheremmo tutti e due di fare del nostro meglio. Solo che Leonardo farebbe un bel disegno al primo colpo, senza per questo essere necessariamente più fiero del disegnatore principiante al mio fianco. E io farei gli stessi terribili sforzi degli altri due….Per un attimo potrei anche farmi ingannare da questa cosa ridicola e brutta che ho disegnato. Ma una cosa è certa: nonostante tutti i miei sforzi non sarà mai la Gioconda”