Recensione
Sergio Luzzatto, Il Sole 24 Ore, 07/08/2011

Il Risorgimento in versi

Ci è voluto Roberto Benigni per farcelo capire. E il festival di Sanremo. Ci è voluta, nel febbraio scorso, la performance di Benigni in diretta televisiva dal teatro Ariston per farci capire davvero l’inno di Mameli. Per illustrare il significato di tante astruse sue parole, e per ritrovarne la natura – appunto – performativa: parole pensate e scritte e musicate e cantate, nell’Italia del 1847, per diventare azione. Per contagiare un pubblico e, contagiandolo, fare la storia. Importa poco che Goffredo Mameli possa non essere stato l’autore dell’inno di Mameli. Che il patriota genovese possa essersi attribuito il merito di un testo copiato forse in collegio a Carcare, nel Savonese, dagli appunti di un padre scolopio – tale Atanasio Canata – che assai meglio dell’allievo diciannovenne padroneggiava l’arte del verso: ipotesi retrospettiva che è tornata a circolare in questo 150° anniversario dell’Unità, scandalizzando gli epigoni più puristi o puritani del nostro Risorgimento. Importa poco, insomma, che il canto passato alla storia con il titolo di Fratelli d’Italia possa essere stato il frutto di un pre-tecnologico copia e incolla. Se davvero padre Canata, provinciale carneade della rima, fu l’autore dell’inno di Mameli, la circostanza non farebbe che confermare quanto i migliori storici dell’Ottocento italiano sono venuti argomentando da un decennio in qua: l’intercambiabilità di ruoli ( sociali, culturali, politici) fra i diversi uomini del Risorgimento, per l’esistenza di un unico discorso nazionale che prese forma lungo i decenni iniziali del XIX secolo e divenne canonico intorno al Quarantotto. Detto altrimenti: fossero giovani patrioti o maturi scolopi, monarchici o repubblicani, democratici o liberali, massoni o neoguelfi, gli artefici dell’Unità parlarono – e cantarono – una lingua comune, un “lessico famigliare”. E’ quanto si evince anche da una raccolta di testi pubblicati ora da Donzelli e curata da un fine conoscitore delle nostre patrie lettere, Amedeo Quondam: “Risorgimento a memoria. Le poesie degli italiani”. Un’antologia dunque. Che oltre all’inno di Mameli comprende una ventina di inni, poesie, canti variamente belli o brutti, indimenticabili o dimenticabilissimi. Versi sui quali sono cresciute ( e continuano a crescere, volenti o nolenti) generazioni di scolari italiani, dai Sepolcri di Foscolo al manzoniano coro dell’Adelchi; ma anche versi che un insegnante di liceo si vergognerebbe oggi di far leggere ai propri studenti, che pure i nostri genitori ( o noi stessi) ancora dovevano ( o dovevamo) imparare a memoria, dalla Spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini a Piemonte di Giosuè Carducci. A memoria: ecco – fin dal titolo – la formula chiave del lavoro e del ragionamento di Quondam. Il quale, familiare com’è con la cultura di secoli più remoti che l’Ottocento, sa bene quanto l’arte della memoria sia stata decisiva nell’acculturazione degli italiani; sa bene, cioè, quanto validamente le mnemotecniche abbiano supplito al ritardo storico con cui le popolazioni degli antichi Stati conquistarono l’alfabeto, senza riuscire compiutamente nell’impresa che un secolo dopo compirà l’Unità. Fin dai poemi cavallereschi del Quattro e del Cinquecento, poemi letti ad alta voce da chi era in grado di farlo, le assonanze delle rime alimentarono la memoria individuale e collettiva degli italiani con ben maggiore efficacia di altri prodotti letterari, il repertorio teatrale o il romanzo o la trattatistica politica. Leggenda vuole che i canti più popolari e più mobilitanti del nostro Risorgimento siano state le arie dei melodrammi, in particolare dei melodrammi verdiani. Ma Quondam ha buon gioco nel sottolineare come l’opera di Verdi e di altri non abbia avuto un impatto politicamente significativo prima del 1848. Nei cinque decenni precedenti , durante il mezzo secolo che separò il “triennio giacobino” dalla “primavera dei popoli”, più che le orchestre sinfoniche poterono le bande musicali, e più che i cori di scena o di loggione poterono i cori nelle piazze. Piuttosto che sopra le facili arie dei librettisti , il canzoniere risorgimentale reintonato dalle barricate si fondò sopra le difficili rime dei poeti, di Monti e di Foscolo, di Manzoni e di Rossetti, di Poerio e di Berchet. “Troppa rimeria”, com’avrà a lamentare il Carducci di fine Ottocento? Fatto sta che quelle rime scaldarono i cuori dei cospiratori della Giovine Italia e poi dei volontari delle guerre d’indipendenza, prima di diventare lettura obbligata per gli scolari dell’Italia unita. E quelle rime parlarono una lingua che – se oggi ci suona desueta, quando non inquietante – davvero conteneva il lessico famigliare di un’epoca: un rincorrersi di parole feticcio come “popolo” , “nazione”, “patria”, ma anche un cozzare di “ferri” e di “brandi”, di “acciari” e di “spade”; e soprattutto un grondare di “sangue”. Sangue “per la patria versato” in Foscolo, “Sangue nostro” in Leopardi, “sangue d’Italia”, semplicemente e definitivamente, in Mameli. Forse meglio di ogni altro poeta del Risorgimento , Mameli si fece interprete di questo elemento costitutivo del discorso nazionale ( lo stesso che oggi più ci spaventa, sulla scorta delle maligne sue ricadute novecentesche) : il sentimento di appartenere a una comunità di sangue . E morendo ventiduenne a difesa della Repubblica romana, Mameli dimostrò di interpretare con coerenza l’impegno che tale sentimento comportava, un impegno insieme politico ed esistenziale, militante e militare. Secondo i versi di Fratelli d’Italia: “Giuriamo far libero/ il suolo natio / uniti, per Dio,/ chi vincer ci può?” Nell’esegesi di Benigni al festival di Sanremo , quel “per Dio” è divenuto “perdio”: è stato spiegato dal performer come un “porca miseria”….Ma l’autore dell’inno – fosse Goffredo Mameli o Atanasio Canata – intendeva dire proprio “per Dio”. Non dubitava che l’Unità d’Italia si facesse cristianamente ancorché sanguinosamente, e che venisse salutata con favore dall’alto dei cieli.