Recensione
Tiziano Scarpa, Il fatto quotidiano, 22/07/2011

Rettangoli pop

L’estetica del pop di Andrea Mencacci si può leggere in due modi. Il secondo è per sapere che cosa è stata la Pop Art, che cos’è la cultura pop, eccetera. Il primo è per domandarsi come fare a essere più liberi. E’ evidente a tutti , e in particolare agli italiani, che le nostre sorti collettive attuali si sono giocate dentro quelle superfici rettangolari che, ne corso dei secoli, l’Occidente ha chiamato in vari modi: quadro, immagine, schermo; in tutte le sue forme: tabellone, foto, video, prima pagina, film, spot, manifesto, display, dipinto….Un rettangolo d’intensità che continua ed essere uno dei campi di battaglia più contesi. Ognuno cerca di metterci quel che vuole e quel che può: un marchio, una faccia, una bugia. Alla fine, ciò che chiamiamo “arte” non è altro che uno spazio garantito, una specie di “quota rosa” per l’immaginario individuale, affinchè in quel rettangolo ci possano entrare anche le visioni di chi non ha i soldi per pagare l’inserzione pubblicitaria o, già che c’è, per comprarsi tutto il giornale e una televisione intera. Che cosa ci hanno messo, dentro quel rettangolo, Warhol e compagni? Le stesse immagini che circolavano nelle pubblicità, al cinema, in televisione. Il rettangolo artistico è diventato indistinguibile da quello mediatico. Gli artisti pop hanno smesso di fare proposte personali. Non offrono più fantasie individuali, fissazioni egoiche, idiosincrasie ossessive. Una delle pagine più intense di questo bel saggio è quella in cui Andrea Mencacci, citando Walter Guadagnini, racconta una coincidenza significativa. Il 9 agosto del 1956 a Londra si inaugura la prima mostra pop. Due giorni dopo, a Long Island, la decappottabile di Jackson Pollock va a sbattere contro un albero. Muore l’”io” e nasce il “noi”. La Pop Art è la più adolescenziale dichiarazione di solitudine del Novecento. “Pubblico, non lasciarci soli! Ci piacciono le stesse cose che piacciono a te. Marylin, le merci, le insegne luminose. Siamo spettatori anche noi, come e più di te!”. Non concordo con Mecacci quando dà troppo rilievo al solito topos della riproducibilità tecnica benjaminiana. Semmai, la Pop Art afferra dal flusso le immagini e le re-individualizza, le rende nuovamente feticcio, copia unica, dipinto da museo: per quanto incredibile possa suonare, restaura l’aura. Poi, mi spiace che Mecacci non abbia valorizzato di più lo spessore di Warhol come scrittore. Che non sta dentro i suoi libri, ma nella irresistibile capacità di contagio dei suoi aforismi, nella sprezzatura con cui li ha “pubblicati” oralmente. Infine: come mai Warhol si è occupato di media tutto sommato tradizionali, e non è stato altrettanto innovativo nel mezzo più pop di tutti, nel rettangolo più decisivo della nostra epoca, la televisione? Mecacci arriva fino a Madonna e Lady Gaga, ma l’ultimo artista pop è B.