Recensione
Melania Mazzucco, La Repubblica, 05/08/2011

Le madri della scienza

L’Italia vanta la prima donna laureata del mondo moderno, Elena Cornaro Piscopia, e la prima docente di scienze d’Europa, Laura Bassi. Vissute nel XVII e nel XVIII secolo, sono però rimaste un’eccezione: acclamate e sostenute dai loro contemporanei – fossero padri, maestri, colleghi – non hanno avuto discepole. L’involuzione della società italiana è stata rapida e duratura. Solo nel 1874 le donne sono state riammesse alla scuole pubbliche , e ancora più tardi all’università. E non solo in Italia: all’inizio del XIX secolo la francese Sophie Germaine – che già aveva dato prova di eroismo, studiando di notte di nascosto dai genitori che l’avevano rinchiusa in casa per tenerla lontana dalla matematica - poté frequentare L’Ecole Polytéchnique solo assumendo l’identità maschile di uno studente che aveva lasciato Parigi. Per tutto l’Ottocento , pregiudizi pseudoscientifici sull’inferiorità intellettuale delle donne le hanno tenute lontane dagli studi , e ancor più dalle scienze “dure”: la matematica , la fisica, la chimica. Quelle poche che a esse hanno dedicato talento, idee, a volte la vita, sono scomparse dalla memoria collettiva, come del resto tante che hanno contribuito alla storia e cultura del nostro paese. Con l’eccezione di Rita Levi Montalcini, unica insignita del Premio Nobel, e di Margherita Hack, i loro nomi sono ignoti o conosciuti da pochi. “Scienziate d’Italia”, il volume di Elisabetta Strickland, docente di algebra all’Università di Tor Vergata, appena pubblicato da Donzelli, vuole rimediare a questo oblio. Ma mentre traccia una mappa del secolo trascorso, Strickland, - animatrice di svariate iniziative sulle problematiche di genere – si interroga anche sulla situazione presente. Perché ancora nel 2011 le donne – ormai presenti in ogni campo della ricerca scientifica – faticano ( tranne casi rari) a raggiungere posizioni apicali nei centri di ricerca e nelle università. Il volume è una mini enciclopedia: 19 schede biografiche in ordine alfabetico – da Giuseppina Aliverti, fisica napoletana, a Pierina Scaramella, botanica di Parma. La lettura delle loro vite – fruibile anche da chi ignora cosa sia il comportamento dei mesoni neutri K, la fotogrammetria, le curve di diramazione dei piani multipli delle superfici algebriche o l’esistenza della limnologia – smantella numerosi luoghi comuni. La scienziata italiana non è uno stereotipo. E’ un individuo, con la sua unicità, la sua personale battaglia, i suoi traguardi. A smentire ogni razzismo o determinismo, la geografia e la religione contano meno della famiglia d’origine: ebree, cattoliche o atee, le scienziate sono nate al nord ( come le matematiche Maria Cibrario, genovese, o Cornelia Fabri, ravennate), ma anche al sud e nelle isole ( come la matematica palermitana Pia Nalli), in metropoli come Torino, Napoli, Roma, o in piccole città di provincia. Quasi tutte, invece, poiché lo stimolo e l’esempio dell’ambiente influiscono molto sulla formazione e sulle ambizioni e l’ascensore sociale da noi è fermo, provengono dalla borghesia colta, da famiglie di studiosi e professori (come la chimica Filomena Nitti, figlia dell’economista e ministro o la matematica Margherita Beloch Piazzolla, figlia di un illustre storico).Anche il rapporto con il cosiddetto destino biologico delle donne è ininfluente: le 19 sono state mogli di studiosi e madri o sono rimaste celibi, dedicate alla ricerca e all’insegnamento. Ognuna ha costruito la propria vita come ha potuto e, talvolta, come ha voluto. Tra le tante donne caparbie , tenaci, talvolta sconfitte, più spesso vissute abbastanza da cogliere il frutto della propria fatica, ne ricorderò due: la zoologa Enrica Calabresi e la botanica Eva Mameli. Il loro destino opposto è emblematico. Nata in una colta famiglia ebrea ferrarese nel 1891, Enrica si laurea in scienze naturali con una tesi dal titolo fascinoso: “Sul comportamento del condrioma nel pancreas e nelle ghiandole salivari del riccio durante il letargo invernale e l’attività estiva”. Studiosa di coleotteri , rettili, anfibi, diviene responsabile del Museo della Specola, e poi professore di entomologia all’università. Riservata, timida, indipendente, vive per sapere e insegnare. Le leggi razziali del 1938 la privano dell’incarico, ma non della passione per la conoscenza. Non emigra, resta a Firenze , per insegnare agli alunni espulsi dalle scuole pubbliche. Arrestata nel 1944 per una delazione , viene rinchiusa a Santa Verdiana, da dove sarebbe stata inviata ad Auschwitz. M a non ci arriverà mai: si uccide con una fiala di veleno. Qualche anno fa , Paolo Ciampi ha ricostruito la sua figura dimenticata nella biografia “Un nome” (Giuntina 2006). Eva Mameli, nata a Sassari nel 1896, laureata in scienze naturali, è la prima italiana a ottenere la libera docenza in botanica, nel 1915. Rigida e severa, si consacra alla ricerca. A trentaquattro anni però, rivoluziona la sua vita: si sposa e segue il marito, genetista dei vegetali , a Cuba, dove vive felicemente cinque anni tra le piante tropicali , per tornare poi in Liguria, allestire a Sanremo una stazione sperimentale di floricoltura e diventare una pioniera della conservazione della natura. Qualcuno di noi avrà incontrato fuggevolmente l’austera Eva nelle biografie di Italo Calvino: era infatti sua madre. Ma questo, pure notevole, non fu il suo unico merito. La lettura del volume di Strickland - purtroppo assai breve , ma i matematici possiedono il dono della sintesi – mi offre ancora due considerazioni. Quasi tutte queste donne di straordinario intelletto hanno avuto una lunghissima vita. Hanno continuato a lavorare anche a ottant’anni, godendo di una vecchiaia intellettualmente creativa, fertile, felice. La ricerca, evidentemente, fa bene alla salute. E, a cancellare l’ultimo luogo comune che vuole scienza e letteratura come due mondi non comunicanti, le nostre più celebri scienziate, Rita Levi Montalcini e Margherita Hack, prima di dedicarsi alla neurobiologia e all’astrofisica, hanno esitato: Hack si iscrisse alla facoltà di lettere, Levi Montalcini progettava un romanzo. Hanno scelto diversamente e, a giudicare dai risultati, hanno scelto bene. Ma forse la letteratura italiana ha perso due grandi scrittrici. L’inverso, finora, non è dato.