Recensione
Elisabetta Bolondi, www.sololibri.net, 05/08/2011

Una storia vera

Non è la trama di una fiction, da vedere in tv prossimamente, e neppure il risultato di un romanzo di mafia sulla scia della fortuna di Roberto Saviano: il libro dell’avvocato Arturo Buongiovanni di Cassino è una storia tragicamente vera. "Quando finisce il mai" è il seguito del suo libro precedente, “Intendo rispondere”, nel quale ci aveva raccontato la storia di un collaboratore di giustizia, Ferdinando Cataldo, pluriassassino di Torre Annunziata, che dopo un lungo e tortuoso percorso interiore, con l’aiuto di una giovane moglie coraggiosa, Anita, e di un magistrato con la emme maiuscola, Armando Galterio, aveva accettato di collaborare con lo Stato nel tentativo di debellare la camorra e la mafia siciliana, unite in un’alleanza di morte nel territorio della Campania al confine con il Frusinate.

In questo nuovo libro, Buongiovanni parla di sé in terza persona, si fa personaggio della quasi incredibile vicenda che lo porterà come difensore di Ferdinando, rinchiuso nel carcere di Paliano insieme ad altri collaboratori di giustizia (mai chiamarli pentiti!), a far annullare per vizio di forma il processo per l’uccisione del giornalista Giancarlo Siani, nel quale il suo assistito aveva ricevuto una condanna all’ergastolo, fine pena: mai, ingiustamente. Con quella condanna, l’assassino Ferdinando perdeva tutti i benefici della sua condizione di collaboratore, ponendo se stesso e soprattutto Anita e i due piccoli Luca e Andrea, nascosti sotto protezione in una villetta segreta, in condizione di gravissimo pericolo: la criminalità organizzata non perdona i traditori, gli infami, e li sa scovare malgrado la protezione offerta dallo Stato. La vicenda umana che Buongiovanni racconta è emotivamente molto coinvolgente: la scarica di adrenalina che consente all’avvocato di andare fino in fondo nella ricerca della verità processuale, coinvolge anche i lettori. Il personaggio di Anita, la sua dignità e il suo coraggio ci commuovono, così come l’atteggiamento paterno e coraggioso dell’ispettore Auricchio, che ha conosciuto Ferdinando da piccolo e sa che in lui c’è del buono, recuperabile, sotto la scorza dell’assassino per necessità di un ambiente che condanna all’inferno chi non ha il coraggio di contrastare un percorso che sembra predestinato.

Buongiovanni ci accompagna nella parte migliore della giustizia italiana: un direttore di carcere, a Paliano, bonario e tollerante; dei poliziotti di scorta, giovani e onesti; una giuria popolare non corrotta o spaventata; un pubblico ministero, Galterio, che crede nella giustizia degli uomini con convinzione e senza pregiudizi; infine un avvocato, lo stesso autore del libro, disposto a sporcarsi le mani e a credere che in questo paese sia ancora possibile recuperare allo Stato e alla legalità anche chi ha sbagliato profondamente. Un libro che fa molto bene leggere, soprattutto in tempi di attacchi virulenti alla magistratura, alla polizia, agli avvocati, alle istituzioni democratiche che consentono ancora al nostro paese di non piombare nel caos.

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