Recensione
Geraldina Colotti, Le monde diplomatique, 01/07/2011

Le primavere tra caos e futuro

Le primavere tra caos e futuro Le monde diplomatique luglio 2011 pag 23 Geraldina Colotti

Sollecitata dalle rivolte arabe, anche l’editoria italiana si è messa in moto, confezionando raccolte di saggi e riflessioni battenti. Castelvecchi, Donzelli e Mesogea hanno pubblicato rispettivamente “Mediterraneo in rivolta” di Franco Rizzi, “L’Africa mediterranea”, a cura di Karim Mezran, Silvia Colombo e Saskia van Genuten , e “Caos arabo” a cura di Riccardo Cristiano. Tre volumi che s’interrogano – da un punto di vista storico, geopolitico, o giornalistico – su ragioni e prospettive dei vari scenari regionali, ancora drammaticamente in progress. Inevitabile , per tutti, tornare sull’episodio che, il 17 dicembre 2010, ha innescato la scintilla in Tunisia: il suicidio del giovane ambulante Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco dopo esser stato umiliato e derubato delle sue povere cose dai vigili urbani. Mohamed, 27 anni, era uno dei tanti giovani laureati senza prospettive, costretto ad arrabattarsi vendendo frutta e verdura al mercato di Sidi Bouzid. Ogni mese guadagnava circa 140 dollari e così sosteneva la famiglia, pagava la retta universitaria per una delle sorelle e sognava di comprarsi un camioncino che gli rendesse meno pesante il lavoro. Il suo disperato gesto di rivolta riassume i motivi del malcontento popolare: il bisogno materiale, l’assenza di libertà e la richiesta di dignità. Un malessere cresciuto negli anni, nel quadro della crisi internazionale ( prima alimentare e poi finanziaria), che ha reso più espliciti i costi dello “sviluppo” modello Fmi in termini di disuguaglianze sociali. Già nel 2008, a Gafsa, bacini minerario a 400 km da Tunisi, giovani, donne, operai e disoccupati avevano sfidato i proiettili della polizia, gli arresti e le pesanti condanne, anticipando la domanda di giustizia sociale che percorrerà tutto il paese e porterà alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Alì nel gennaio 2011. Un fermento che, dalle sommosse per il pane del 1983, ha progressivamente messo in luce i limiti del modello postcoloniale e le speranze frustrate del panarabismo: un dato comune ad altri paesi della regione, come l’Egitto, soffocati dalla presa di regimi autoritari e corrotti, eppure decantati dai grandi finanziatori internazionali. Quasi che “la nuova classe politica fosse stata messa lì dal vecchi colonialismo per continuare la sua politica” scrive Franco Rizzi richiamando Frantz Fanon. Ai rapporti fra Europa e Mediterraneo, allo sbriciolarsi della politica occidentale in Medioriente e all’emergenza umanitaria seguita ai cambiamenti profondi che hanno investito il Maghreb, l’autore dedica la parte centrale del suo libro, fra geopolitica e racconto. Sullo sfondo, la sua esperienza come fondatore dell’Unimed e direttore del portale Medarbnews. Più controversa la questione della Libia e dell’intervento armato di Europa e Stati Uniti, di cui Rizzi evidenzia le incongruenze (perché la “comunità internazionale” non ha fermato Israele mentre bombardava i civili a Gaza durante “l’operazione piombo fuso”?), ma senza condannare la decisione. Dietro la realpolitik , dietro la logica dei “due pesi e due misure”, in ballo c’è il petrolio e il gas di Gheddafi e la posizione geostrategica della Libia, spiega, ricordando la struttura territoriale del paese e gli artifizi coloniali in Cirenaica. Dall’Egitto alla Libia, dalla Tunisia allo Yemen, “le oligarchie a lungo spalleggiate dai governi occidentali si sfaldano sotto la spinta delle masse. Quali saranno i nuovi assetti politici ed economici?”. La domanda percorre il volume, anticipata dalla prefazione di Lucio Caracciolo, che invita a non mettere tutto nel calderone “di una mega-rivoluzione che non è mai esistita”. Fra un paese e l’altro vi sono certo caratteristiche comuni, ricadute di una crisi sull’altra, ma non si può contenere in un “logaritmo unificante” quel che accade all’interno di un antico stato come l’Egitto con le turbolenze di un territorio ancora largamente tribalizzato come la Libia. Né - avverte Caracciolo – può tornare utile il ricorso allo schema “buoni contro cattivi” per cui “i ribelli di bengasi sono buoni in quanto nemici del supercattivo Gheddafi ( buonissimo fino a ieri, almeno secondo Berlusconi). Così come i carri armati sauditi che portano fraterno aiuto al re del Bahrein.” “Storia e futuro” di Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, marocco, Mauritania e Sahel alla luce delle rivolte di piazza ispirano anche gli interventi contenuti nel volume “L’Africa mediterranaea”. Paesi che, dopo l’indipendenza, hanno intrapreso percorsi politici distinti e il cui diverso e specifico sviluppo economico rende difficile tracciare un quadro complessivo della regione nordafricana.Per esempio, spiega il saggio di Timo Behr, “Il Nord Africa nell’economia globale”, la Mauritania, un paese scarsamente popolato e povero, ha una popolazione di appena 3,4 milioni di abitanti e un Pil pro-capite di 1930 dollari. In confronto, l’Egitto, il paese più grande dell’Africa settentrionale, vanta una popolazione molto attiva di circa 85 milioni di persone, mentre il paese più ricco, la Libia, a parità di potere d’acquisto, ha un Pil pro-capite di 18.720 dollari. Inoltre, mentre l’economia libica e quella algerina si basano sulle ingenti risorse petrolifere e di gas, quelle marocchina, tunisina e egiziana, sono più diversificate e ricavano i propri introiti da agricoltura, industria e turismo. Tuttavia, i paesi nordafricani hanno anche molte caratteristiche socio-economiche comuni e molti retaggi in comune, ereditati dall’esperienza storica di occupazione e colonizzazione europea che si ripercuote nell’asimmetria e negli squilibri dei loro sistemi economici. Il filo conduttore dei saggi è, quindi , proprio la ricerca delle problematiche comuni a tutti gli stati del Nord Africa, scaturite dalla continuità geografica e dalle necessità dettate dalla geopolitica: “Condivisione dei mercati, definizione delle frontiere, immigrazione e sicurezza”. Elementi esaminati alla luce delle rivolte arabe e dei ribaltamenti politici ancora in corso : non semplici manifestazioni di malessere – dice il volume – ma profonde spinte di cambiamento che vengono da lontano e a cui gli studiosi guardano con simpatia. Anche qui, fa eccezione il caso della Libia . Il saggio di Karim Mezran , che pur mette in evidenza le complesse dinamiche interne della libica e le ingerenze esterne , conclude “che, forse, sarà solo a causa dell’intervento internazionale che la Libia potrà vedere la luce di un nuovo sistema politico”. Quando fa comodo, insomma, le masse arabe hanno ancora bisogno di tutela: all’occorrenza armata e dispensata da quegli stessi autori internazionali che hanno determinato le loro disgrazie e il cui intervento sta creando più problemi di quanti non ne risolva….