Recensione
Guido Caldiron, www.liberazione.it, 24/05/2011

Alessandro Portelli:"Nella Harlan County la lotta di classe passa per la cultura"

Scoprire la lotta di classe attraverso una canzone folk. E’ così che Alessandro Portelli all’inizio degli anni Sessanta fece conoscenza , con un brano di Pete Seeger intitolato “Which Side Are You On” (Da che parte stai?) e dedicato agli scioperi dei minatori del 1931-32, della Harlan County, la contea del Kentucky protagonista di alcune delle pagine più dure del conflitto sociale negli Stati Uniti. Pete Seeger, considerato insieme a Woody Guthrie, il capostipite di una tradizione di folk-singer che da Dylan arriva fino a Springsteen, raccontava alla generazione della guerra del Vietnam le battaglie sindacali e le lotte che erano costate il carcere o la vita a migliaia di attivisti politici. Per Portelli, docente di Letteratura angloamericana alla Sapienza di Roma e presidente del Circolo Gianni Bosio, si trattava dell’incontro con uno di quei capitoli della storia orale cui ha dedicato gli studi di una vita, e una lunga serie di saggi, tra cui “L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la Memoria”(1999); “Canoni americani”(2004); “Città di parole”(2006); “Storie orali”(2007) e “Acciai speciali”(2008), tutti pubblicati da Donzelli. L’Harlan County è diventata così parte della sua vita di ricercatore e di uomo, meta di viaggi, incontri e di un progetto di scambio e studio che ha stabilito un ponte tra l’Università del Kentucky e quella di Roma. Così “America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky”, il volume che Portelli ha appena pubblicato sempre per Donzelli , rappresenta allo stesso tempo il bilancio di questa lunga e continuata immagine e una sorta di omaggio alla memoria ribelle di questa terra e i suoi abitanti. Costruito attraverso centinaia di interviste, realizzate nel corso di vent’anni, il libro si presenta come una sorta di controstoria degli Stati Uniti, dalla frontiera a oggi, osservata da questa zona della regione mineraria dei Monti Appalachi. Portelli ricostruisce cronologicamente le diverse fasi storiche e incrocia la memoria orale raccolta in prima persona e insieme ai ricercatori locali, con la rappresentazione di Halrlan County offerta dall’industria culturale americana: dai romanzi di Dos Passos ai film di Robert Mitchum.

Si ha l’impressione che “America profonda” non tracci solo il bilancio di una lunga stagione di studio, ma tiri anche le somme di una storia d’amore.

In effetti è proprio così e non lo nascondo. L’introduzione dell’edizione americana del libro s’intitola del resto “A love story”: una storia d’amore. Quando ci si dedica allo studio di un luogo e della gente che vi abita per più di quarant’anni, tutto ciò entra a far parte della tua stessa identità, della tua vita. Perciò posso dire che io penso alla Harlan County come se fosse il mio paese.

E in che rapporto è questa zona del Kentucky con il resto di quella geografia dell’anima che lei ha esplorato in questi anni, a partire da terni e le sue acciaierie?

Vale per Harlan County ciò che vale per Terni. Ho iniziato a occuparmi e a seguire due realtà più o meno nello stesso periodo, all’inizio degli anni Settanta. In entrambi i casi ad attirare il mio interesse è stata la possibilità di utilizzare un luogo per costruire un punto di vista sul mondo, uno “sguardo” legato a una realtà concreta fatta di uomini e donne. Mi spiego: per me interrogarmi sui processi di globalizzazione significa chiedermi quale effetto abbiano a Harlan piuttosto che a terni e osservare cosa è cambiato , concretamente, nella vita delle persone, nei quartieri, nelle strade. L’unica differenza è che Terni è effettivamente la città in cui sono cresciuto, mentre invece Harlan è una realtà che ho adottato ad un certo punto della mia vita.

Per descrivere la gente di Harlan County lei utilizza un termine preso da William Faulkner: “endurance”, vale a dire “La capacità di durare e non piegarsi alle avversità”. Cosa significa nella sua esperienza del Kentucky?

Significa che di fronte a ogni tipo di avversità non solo si cerca di sopravvivere – e “sopravvivenza” è una delle parole chiave del libro, una di quelle che ritorna di più nelle interviste – ma si cerca anche di non dimenticare mai chi si è davvero, si fa fronte ai problemi senza scordarsi di se stessi. E’ per questo che nel libro parlo di “lotta di classe attraverso la cultura”. Perché in posti come Harlan County la lotta comincia con la difesa della propria identità e individualità: la prima sfida con cui hanno dovuto misurarsi da sempre queste persone è stata quella di essere riconosciute come “portatrici di valore”, è stata la loro stesa dignità la prima cosa per cui hanno dovuto combattere. Gli appalachiani, gli hillbilly come vengono chiamati con spregio gli abitanti di queste zone, sono sempre stati considerati come “spazzatura”, per indicare i bianchi poveri negli Stati Uniti si usa il termine di “white trash”. Malgrado tutto ciò la gente della Harlan County ha retto per più di un secolo, proprio quest’anno si celebra il centenario dell’arrivo della prima ferrovia nella zone che ha contribuito allo sviluppo delle miniere, e non ha perso il rispetto per se stessa e per la propria identità. Hanno avuto davvero molto coraggio, anche se non tutti ce l’hanno fatta e oggi sono vittime delle tante droghe diffuse nella zona.

Con l’Harlan County lei ha in qualche modo scoperto anche la lotta di classe negli Stati Uniti, nel senso che in questo luogo si sono prima consumate alcune storiche battaglie sindacali, soprattutto attorno alle miniere, e poi le lotte per la difesa dell’ambiente. Oggi cosa resta di tutto ciò?

Ad Harlan le forme “moderne” della lotta di classe sono arrivate relativamente tardi: la ferrovia è stata inaugurata nel 1911 e il pieno sviluppo dell’attività mineraria è degli anni Venti. Eppure, pur non essendo più nella fase di debutto del capitalismo, questa zona ha finito di per riassumere in sé tutte le fasi dello sfruttamento e della lotta di classe. Nell’arco di un secolo c’è stata prima una rapidissima industrializzazione e quindi una violentissima deindustrializzazione. Da queste parti l’età industriale è durata poco, ma in compenso è stata molto intensa. Negli anni Trenta Harlan era divenuta una sorta di luogo mitico dell’immaginario militante della sinistra americana, con scioperi molto duri e una presenza breve ma significativa dei comunisti, un punto di riferimento per scrittori e intellettuali e, soprattutto, il luogo da cui è scaturita buona parte della canzone di protesta degli Stati Uniti, a cominciare dal repertorio di Pete Seeger. Poi, a partire dagli anni Cinquanta, e dal debutto della politica collaborazione tra la leadership sindacale e le grandi imprese minerarie, il conflitto sociale è stato relegato a forme di ribellione spontanea. E’ in questo contesto che si è poi prodotta un’aggressione brutale all’ambiente e alla natura: miniere a cielo aperto, inquinamento e avvelenamento dell’acqua e dell’aria, fino alla distruzione delle montagne della zona. E di fronte a questo scempio ad Harlan si mette in moto un nuovo tipo di conflitto che ha sempre a che fare con la condizione di classe, ma si esprime attraverso la difesa del territorio e contro le malattie che minacciano gli abitanti. Ora la gente di Harlan si oppone letteralmente al fatto di vedere la propria stessa vita minacciata ogni giorno di più. E lo fa da sola, senza l’intervento di alcuna forza politica o culturale.

L’idea della lotta di classe come elemento culturale , legato alla storia e alla memoria degli individui, fa da sfondo alle interviste di cui si compone il libro. Negli anni sessanta tutto ciò ha influenzato lo sviluppo del folk revival e della canzone di protesta: oggi ce n’è ancora traccia?

Paradossalmente quel grande patrimonio musicale che il folk revival e la cultura della sinistra americana degli anni sessanta e settanta hanno identificato con Harlan, nella zona è oggi quasi del tutto dimenticato. Questo perché era il prodotto di una storia che si è cercato di cancellare: quelle canzoni raccontavano le vicende di sindacalisti e attivisti politici che sono stati cacciati via . Quindi si trattava di una Harlan raccontata da esuli, da persone che non potevano più vivere lì. Oggi le canzoni che celebravano gli scioperi dei minatori sono quasi del tutto dimenticate, ma Harlan resta comunque un territorio dove la musica ha una grande importanza e ci sono ancora persone che cercano di raccontare con le canzoni i fatti che accadono ogni giorno. C’è una parte della Country music, che si potrebbe definire progressista, che, non solo in questa zona, continua a usare la musica per far conoscere le lotte e quello che succede. Io ho scoperto Harlan attraverso Pete Seeger che cantava le canzoni degli anni Trenta, questo non accade più, ma c’è ancora chi mette in musica quello che vede e, soprattutto, da queste parti la musica è ovunque: ci sono funzioni nelle chiese della zona dove capisci perfettamente da dove viene il rock’n roll.

Lei spiega come Harlan si respiri poca “ricerca della felicità”, indicata invece tra i punti basilari della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stai Uniti. A poche centinaia di chilometri da Washington, nel “cuore dell’impero”, invece che per il sogno americano si lotta davvero solo per la sopravvivenza?

Nel Kentucky non ci troviamo solo a poche centinaia di chilometri da Washingon, ma non è il carbone che viene da questa zona che è stata illuminata la capitale federale: la Harlan County ospita una delle principali fonti energetiche del paese, su cui si è basto lo sviluppo industriale e lo stesso stile di vita degli Usa. Uno stile di vita che si è costruito sulla distruzione di enormi risorse naturali e di altrettante risorse umane, come le vite degli abitanti di Harlan County. Perciò non si tratta solo di evidenziare la contraddizione tra la vita che si conduce a Washington e quella della gente di Harlan, si deve capire che nel Kentucky si sta male proprio per far star bene gli abitanti di Washington e di tante altre parti del paese. Ad Harlan si lotta effettivamente ogni giorno contro la morte perché questa parte della società americana, nel Kentucky come in altre parti del paese, è stata consegnata alla distruzione per mantenere il livello di vita insostenibile che gli Stati Uniti hanno e non sono disposti a mettere in discussione in alcun modo.

“America profonda” ripercorre l’intera storia degli Stati Uniti attraverso la memoria della gente della Harlan County: ma quale paese emerge attraverso questo sguardo?

Un’America dalla storia drammatizzata e radicalizzata, quasi passata per un turbo. Tutte le vicende che hanno interessato gli Stati Uniti sono passate per questo angolo del Kentucky e qui sono state amplificate, tirate all’estremo. La frontiera, l’industrializzazione, la fine dell’età industriale, la ricchezza e la povertà: tutto qui è estremizzato. E’ un po’ come guardare la storia degli Stati Uniti da uno specchio che, distorcendola, ne mette in evidenza le caratteristiche profonde.

Hanno davvero qualche buona ragione quagli autori, oggi sempre più frequenti, che, invece di inventarsi intrecci e personaggi immaginari, pongono al centro delle proprie opere artisti e scrittori del passato, elaborandone le avventure intellettuali, sondandone il fervore creativo, interpretandone e contaminandone i capolavori più celebri, così dando vita a pagine affascinanti e sovente intriganti che oscillano tra la narrativa e la saggistica, la ricostruzione storica e la linguistica. La storia della letteratura contiene un patrimonio di trame e figure segrete ancora tutte da scoprire e da (ri) scrivere, trasudanti enigmi, misteri, sorprese. Prendete il caso di Eugène Sue: chi mai potrebbe pensare che il popolare narratore francese , noto soprattutto per i “Misteri di Parigi” e “L’ebreo errante”, nel proporsi di imitare James Fenimore Cooper avrebbe finito per influenzare addirittura Melville? Eppure è così. Quando nel 1831, appena ventisettenne, pubblicò Atar Gull, il suo modello dischiarato era “Il Pilota” (1821), un romanzo giovanile dell’autore di “L’ultimo dei Mohicani” salutato ancor oggi dalla critica come il primo esempio “forte” di narrativa marinara. Ma una decina di anni dopo la sua prima traduzione americana (1846), l’autore di Moby-Dick ( a propria volta ammiratore di Cooper) ne trasse chiara ispirazione per “Benito Cereno” (1855) e in particolare per il ritratto di Babo, in apparenza servitore devoto e paziente ma in realtà occulta anima nera della rivolta a bordo del bastimento ispanico. Opera bizzarra e contraddittoria, spaziante disinvoltamente dal lirismo più delirante alla perfidia più atroce, cinica e disincantata ma anche provocatoria e polemica. Atar-Gull, per esplicita dichiarazione del suo autore ( che ne illustra gli intenti e la struttura in una “lettera pubblica” indirizzata a Cooper stesso), è scandita in tre parti, ciascuna con un personaggio principale, come si conviene a un racconto di viaggio che attraversa e si lascia alle spalle , lungo il tragitto, esperienze e mondi diversi: un pacioso capitano di una nave negriera innamoratissimo di una moglie alquanto in carne, nella prima: un pirata da horror movie al comando di un vascello corsaro, nella seconda; un colono che nella propria piantagione tratta gli schiavi da padre/padrone, nella terza. Ma a fare da filo conduttore e imporsi infine come protagonista assoluto è colui che dà il titolo al romanzo, un giovane africano imbarcato dal negriero, rapito dal pirata e acquistato infine dal piantatore. Un individuo lucido, intelligente e padrone di sé al punto da fingersi per anni un mansueto, sottomesso, infaticabile e servile “zio Tom”, pur di attuare la propria vendetta spietata contro i suoi aguzzini e anzi contro l’intero mondo dei bianchi, arroganti e potenti e tuttavia incapaci di smascherare i suoi segreti disegni e anzi talmente ingenui da ignorare fino all’ultimo i delitti e premiarne con una cerimonia pubblica la docile ed “animalesca” fedeltà. Visto l’intreccio, non sorprende che il volume di Sue sia stato pubblicato con due diversi sottotitoli: Un romanzo nautico, dove il rimando è chiaramente agli scritti marinari di Cooper; e La vendetta dello schiavo, dove l’accento è posto tutto su Atar-Gull, chiara prefigurazione di Babo, sebbene di costui assai più cinico e lungimirante. Tra i due, l’editore Donzelli ha giustamente optato per il secondo. Una scelta quasi obbligata che vuol forse far riflettere quanti ancora coltivano l’illusione che la schiavitù sia cosa di altri tempi.