Recensione
Carlo Trigilia, La Repubblica /Palermo, 18/06/2011

Non sono più i mafiosi a dare ordini ai potenti

SAPPIAMO molto delle mafie come organizzazioni criminali. Sappiamo ancora poco dei rapporti delle mafie con le economie locali. Certo, è evidente che da alcuni anni si spara di meno e si lavora di più nell' ombra, infiltrandosi nelle attività economiche formalmente legali. Ma come si sviluppa questo processo? Quali meccanismi vengono utilizzati? Quali soggetti sono coinvolti? Ci sono differenze tra Cosa nostra, ' ndranghetae camorra?E soprattutto: quali conseguenze ne discendono per le economie locali? A questi temi è dedicato l' ultimo rapporto della Fondazione Res, curato da Rocco Sciarrone, ( Alleanze nell' ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno, Donzelli) che verrà presentato mercoledì pomeriggio alla facoltà di Scienze politiche. La ricerca fa seguito a un precedente lavoro di Res dedicato alle imprese innovative in Sicilia e nel Sud. C' è un filo che collega questi temi apparentemente distanti. La convinzione che un grande duelloè in atto nell' economia delle regioni meridionali, ma in prospettiva sempre più nell' intero Paese: la contrapposizione tra chi ' rema controcorrente' cercando di competere sul mercato e sul merito, e chi invece è alla ricerca di rendite protette dalla politica o sempre più spesso dalla criminalità. I n questa prospettiva, emergono dalla ricerca nuovi contorni del rapporto tra mafie e economie locali che mettono in discussione convinzioni diffuse. L' azione delle mafie - pur con differenze tra le varie organizzazioni criminali - non è riducibile al condizionamento esercitato attraverso il ' pizzo' e le pratiche estorsive. Allo stesso tempo, non trova però solido riscontro l' immagine di una sofisticata imprenditorialità mafiosa, direttamente impegnata in complesse attività e capace di muoversi autonomamente nella finanza. In realtà i mafiosi fanno affari soprattutto in settori tradizionali e, anche quando allargano il raggio di azione verso settori ' nuovi' come le energie rinnovabili o la grande distribuzione, raramente si contraddistinguono per particolari abilità manageriali, tecniche e finanziarie. Inoltre, per fare affari in attività formalmente legali, i mafiosi hanno bisogno di ricorrerea competenze e risorse detenute da attori esterni all' organizzazione criminale, anche perché mancano di una qualificazione culturale e professionale adeguata. Da qui il rilievo crescente dell' «area grigia», fatta da professionisti, tecnici, imprenditori, politici e funzionari pubblici. E da qui anche l' importanza delle reti di relazioni che i mafiosi riescono a instaurare per penetrare nell' economia legale dove non sono in grado di fare soli. I gruppi mafiosi di successo appaiono anzitutto abili imprenditori nella costruzione di reti sociali. Tuttavia, contrariamente a quanto di solito si pensa, la loro posizione nelle reti non è sempre quella dominante, e non sempre sono loro a condurre il gioco e a condizionare gli operatori economici o i professionisti dell' area grigia. A volte accade il contrario. Ad esempio nella sanità in Calabria o nella grande distribuzione siciliana, i mafiosi sono certamente presenti, ma a ben vedere il gioco è condotto soprattutto da comitati di affari o da cordate politico-clientelari, che ' usano' i mafiosi per regolare le attività, proteggersi dalla concorrenza, ottenere favori dalle amministrazioni pubbliche. Un quadro nuovo, dunque, e in parte inatteso, che da un lato ridimensiona l' immagine mediatica della mafia imprenditrice, ma dall' altro alza il velo sul ruolo crescente dell' area grigia, e sui fenomeni di degrado civile e morale che investono settori del mondo delle professioni, dell' imprenditorialità, oltre che della politica e dell' amministrazione. Si può parlare di un uso della mafia come vantaggio competitivo? Forse sì. Certo si può parlare dei rischi della crescente diffusione di un ' capitalismo politico-criminale' basato su attività economiche che non si reggono sulla capacità di competizione pacifica sul mercato, ma sull' uso della violenza mafiosa e/o di risorse politiche (concessioni, appalti, sussidi, ecc.). Le dimensioni di questo fenomeno sono ormai molto consistenti, anche se è difficile stimarle con precisione. Non si possono comprendere gli equilibri sociali di vaste aree territoriali senza tenerne conto. Bisogna quindi considerare con più attenzione la compenetrazione delle mafie nelle economie locali - non solo al Sud - come una via di possibile adattamento ai vincoli crescenti della concorrenza internazionale, in una situazione in cui competere è più difficile per la carenza di infrastrutture e servizi che sostengano le imprese. D' altra parte, anche per altre componenti dell' area grigia (professionisti, politici, burocrati) il contesto offre scarse possibilità di consolidare il proprio ruolo sulla base della concorrenza e del merito. Da qui una spinta a percorrere la strada delle ' alleanze nell' ombra' e delle relazioni pericolose. Questa spiegazione non appare però sufficiente. Certo, c' è un problema di occasioni e di sanzioni che chiama in causa l' attività repressiva. Da questo punto di vista, la ricerca attira l' attenzione sulla necessità di mettere meglio a fuoco - sotto il profilo investigativo e delle sanzioni - le situazioni in cui sono le organizzazioni mafiose a offrire i loro servizi e il loro sostegno a soggetti esterni che ne traggono benefici. Ma c' è dell' altro all' opera, qualcosa che si potrebbe definire come ' abbassamento dei costi morali' dell' alleanza con le mafie che riguarda l' area grigia. Ed è su questo fenomeno che bisognerebbe indagare di più, e che la società civile dovrebbe riflettere di più: dalla Chiesa, alle organizzazioni professionali, all' associazionismo. Qualcosa si è mosso, specie in Sicilia, in questo mondo. Ma al momento non sembra affatto sufficiente a far fronte alla portata della sfida.