Recensione
Nicola Bultrini, Poesia n. 259, 01/04/2011

Frammenti semplici nel prisma di un caleidoscopio

recensione di Nicola Bultrini

in «Poesia», a. XXIV, n. 259, aprile 2011, pp. 65-66

Gli elementi oggetto di osservazione di Marco Giovenale sono i frammenti semplici nel prisma di un caleidoscopio che, nel giro dell’attenzione si compongono e si scompongono, depositandosi in una stasi apparente. Polvere e polvere, fare la rivolta della polvere / rivolgersi a polvere, in un moto lirico che procede a strappi concettuali, senza frizione. Inavvertitamente si costruiscono le visioni, come un mosaico, per cui più ci si allontana più l’immagine si intuisce in un faticoso nitore. Chi manca è più nitido, / si prende la ragione. “Shelter” (titolo dell’ultimo lavoro di Giovenale) significa rifugio, riparo, ma quello che protegge chiude anche, separa, costringe ad una cella. I due elementi (ricovero e costrizione) si alternano, quasi si rincorrono. Si sfugge e si ritorna impigliati. Si soffre di un dolore latente, perciò più lancinante, che mai abbandona davvero. L’intitolazione Clinica 1, ritorna nevrotica nella dinamica “stop and go”; si va, si viene e non si torna, in un flusso sospeso e ripreso, in un’alternanza inquieta di vuoto e pieno, luce ed ombra. Sullo spazio sbalzato, che dopo diventa / il vuoto della valle, un’osservazione / che continua a cadere, / corpo che segue. La Clinica è convalescenza, degenza, bianco nitore, odori di farmaci alle pareti. Silenzio, eco, rumori imponderabili. Le cose sono perché sembrano e l’ombra è la prima cosa, come nella definizione della fotografia in bianco e nero. Allora si conosce per differenza, il corpo mancato si giustifica. Anche la prosa (centrale nel volume), che “cade in un déjà-vu filmico” si articola di fantasmi, esistenze scomparse, eppure cercate, reali. Si vede fuori, non si vede fuori in una risma di voci differenti che descrivono la coralità del quotidiano (come nell’Hitchcockiana finestra sul cortile). Non è rimasta cosa / se non, incollate ai muri a secco, ombre- / quando non guardi si spostano. Mentre continua a ripetersi il moto incoerente e rotatorio del prisma. Il poeta ne è consapevole e lo confessa, è impossibile che si rendesse conto che stava mettendo a punto uno strumento di tale potenza. Un prisma di specchi. Giovenale, uno dei poeti più attivi, anche nell’attività critica, della generazione dei nati negli anni sessanta, conosce della parola e della sintassi le regole e le elabora, le combina e le rompe continuamente. Eppure c’è una realtà che è materia, nella misura in cui si rivela sulla pagina. Palloni di carta. Parasoli di carta. Bambini di carta. Quello che vedo. Così è nel metro, l’endecasillabo che appare a lacerti, strappato avanti e indietro, tradendo le aritmie del sentire profondo. I passi morti / con i vivi sulla strada, il bianco e nero (o meglio l’ombra) sono allora gli elementi che danno concretezza a quello che altrimenti apparirebbe evanescente. Eppure il lettore insegue affannosamente l’idea di un’accoglienza che quando sembra raggiunta, nuovamente si allontana. E in ciò, sottratto l’artificio, si manifesta sottopelle la tensione dell’esistente.