Recensione
Raffaele Liucci, Il Fatto Quotidiano - Saturno, 20/05/2011

Lanaro, memorie dal sottosuolo

Una coincidenza significativa. Tre illustri storici italiani a fine carriera – Silvio Lanaro, Giovanni De Luna e Mario Isnenghi – danno alle stampe altrettanti volumi che compendiano le ricerche di una vita. Testi densi, stratificati, mai banali. Un vero toccasana per un mercato editoriale ormai costellato di dilettanti allo sbaraglio, da Giampaolo Pansa a Fabrizio Rondolino. Ciò che accomuna i tre autori è l’originalità del loro approccio, capace di sdoganare fonti un tempo esecrate dei colleghi più parrucconi, come romanzi , diari, la varia pubblicistica minore, e poi film, musica e canzoni. Nulla di meglio, per sondare lo spessore di questi lavori, che sottoporli ad una valutazione comparativa. La plama d’oro spetta a Lanaro, il quale si conferma uno degli storici più penetranti degli ultimi decenni. Il suo libro, in verità, è una silloge di antichi ma preziosissimi saggi sparsi , ritoccati per l’occasione. Ognuno di essi affronta un’affabulazione linguistica: il ruralismo, il protezionismo del laniero Alessandro Rossi (il “padre” dell’Italia industriale) , il nazionalismo, l’antigiolittismo, il fascismo. La nostra storia, spiega Lanaro, è stata plasmata dalla retorica “in ogni sua cellula e fibra”. Ma quest’ossessione declamatoria - dall’oleografia risorgimentale al culto del Littorio e, aggiungiamo noi, al berlusconismo – rispecchia la fragilità di un paese che ha pagato costi altissimi per diventare “normale” , senza peraltro mai riuscirci. Il merito di Lanaro? Aver scandagliato il sottosuolo nazionalista e autoritario dell’Italia otto e novecentesca, per spiegare la nostra perenne condizione di minorità. Il secondo gradino del podio tocca a De Luna. Il suo è un viaggio tra le “memorie dell’Italia divisa”. In grave crisi di legittimità, il nostro Stato è puntellato solo dal primato delle vittime. Vittime dei campi di sterminio, del terrorismo, del comunismo, delle foibe, della mafia ecc. Ognuna di queste categorie ha ottenuto il proprio giorno della memoria o del ricordo. Ma una Repubblica fondata sul dolore, obietta De Luna, esprime un’identità instabile, è troppo carica di sentimenti e rivendicazioni non pacificate, rischia di appiattire il passato sul cliché del presente. La soluzione? Promuovere una vera religione civile, con “più storia e meno memoria, più conoscenza storica a meno senso comune”. Occorre insomma credere nelle istituzioni senza ammantarle di retorica. Come insegnava Bobbio nel suo “Elogio della mitezza”. Unico neo: De Luna maltratta lo storico Renzo De Felice, reo, soprattutto nei suoi interventi giornalistici, d’aver dato slancio a una lettura buonista del fascismo. Ma in fondo De Felice rifletteva i nuovi umori dominanti, e un barometro non può essere ritenuto responsabile di un ciclone. Infine la medaglia di bronzo va a Isnenghi. Il quale non sfoggia però il nitore di Lanaro e neppure la brillantezza di De Luna. Un vero peccato, perché in queste pagine riaffiorano tutti i suoi vigorosi cavalli di battaglia. La storia delle élites intellettuali non disgiunta da uno sguardo simpatetico sul mondo delle classi subalterne. La centralità della carta stampata. I luoghi della memoria. L’allure laica, con venature schiettamente anticlericali. Ma anche l’orgoglio di affrontare i risvolti più impresentabili della vicenda unitaria senza indulgere a quella che Gadda chiamava la “porca rogna italiana del denigramento di noi stessi”