Recensione
Elio Grasso, Pulp, 02/05/2011

La poesia materica

Giovenale e la poesia materia, presa direttamente dalla gabbia che protegge, un recinto dove sconcertati assistiamo all’emergere delle parole dai fatti, da quella famosa realtà che lancia un sasso e poi fa finta di niente, come niente fosse accaduto. Ma tutto accade, e là dentro Giovenale generosamente costruisce un libro che arriva come un meteorite, duro e roccioso. Sembra perfino strano che un’opera così atipica, di questi tempi, sia accolta e pubblicata, anche se la collana di Donzelli ci ha abituato a uscite eclettiche e per lo più fuori dai ruoli regolamentari. Per questo autore si è parlato di Emilio Villa (anche se non tralascerei l’influenza laterale di Zanzotto), come maestro precursore: niente di più vero, poiché in queste pagine le incursioni reciproche fra linguaggio e realtà mostrano apertamente la lotta con esiti originali e profondi. Il racconto di un’alienazione ( in “Solutus”, testo centrale) si trasforma in memoria totale nei frammenti che Giovenale imbastisce quasi fossero un canto spezzato, quasi sacro: note lasciate andare oltre le mura di una prigione-isola (“Shelter”) che al tempo stesso tiene e scaccia i suoi abitanti. Ci sono versi quasi sfiniti ma che spesso si sottraggono alla minaccia della intelligibilità. Le voci fuori dal coro rischiano continuamente la sfida a duello con chi palpeggia ogni giorno il lato commestibile della realtà. In poesia spesso sembra che Rimbaud non sia mai esistito, e che le rughe di una lingua vengano lisciate dal fard o peggio dal botox. In Shelter Giovenale verifica pienamente quali risorse si possano trarre dai propri furori e dalla tortuose vie tracciate dalla poesia per giungere fin qui. Le varie parti del libro sono intitolate “Clinica 1” ritornano e ripartono continuamente dallo stesso punto, nodo cruciale e origine di una poetica: i tasti di play e rewind coincidono. Giovenale lo sa e ricalca anche istericamente i propri passi , aggiungendo peso al peso, ma anche riuscendo in leggeri innalzamenti verso una luce che sia fuori dal dramma personale. Lo sforzo richiede altro sforzo, che legge sente la prodigalità dell’autore, che non cerca ricompensa ma un piccolo primato dell’essere su ciò che lo incatena al mondo attuale.