Recensione
Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 22/05/2011

Cultura, il nuovo oppio delle masse

T ra conformismo e viltà, dell' Italia d' oggi si salva ben poco. È questa la tesi di Goffredo Fofi, il cui nuovo libro, Zone grigie (Donzelli, pagg. 224, 16), è un' analisi spietata della nostra contemporaneità, della cultura, della società, della politica e in particolare della sinistra, cui Fofi stesso, da sempre, appartiene sia pure rimanendo in posizioni volutamente marginali, inventando gruppi e riviste (da Quaderni piacentini allo Straniero di oggi). È una diagnosi pessimistica con pochissimi spiragli. «Il libro - dice Fofi - è la constatazione della tendenza ad accettare tutto ciò per cui ci sarebbe da scandalizzarsi, quel lieve e lento degrado verso la stupidità e il conformismo». Eppure la sensibilità non manca e la gente da anni accorre alle fiere e ai festival. Tutta roba da buttare? La risposta sta in un paragrafo in cui si parla di cultura come «nuovo oppio dei popoli»: quel che vince è la dittatura del consumo, che trasforma la massa in un insieme di aspiranti consumatori (d' arte, di filosofia, di letteratura...). Il libro, ammette Fofi, avrebbe potuto intitolarsi Odio di classe, ma l' odio è un sentimento che non gli appartiene. Disprezzo sì: per quelli che si assumono responsabilità pubbliche o morali per fare i propri interessi di casta, per i ricchi che non si accontentano di appartenere al 10 per cento dei fortunati nel mondo. In questa chiave, il nostro «leader massimo» diventa un Massimo Boldi o un Christian De Sica, ma soprattutto diventano complici anche i politici di sinistra: «D' Alema, Veltroni, Prodi, Bersani, tanto per fare i nomi: hanno distrutto la società civile, le avanguardie del pacifismo, dell' ambientalismo, del volontariato - che vent' anni fa erano un' area enorme - cercando una base che poi hanno corrotto, svuotandola con sistemi di protezione economica e di coinvolgimento. Dove sono finiti, a sinistra, i princìpi di libertà, eguaglianza, fraternità, la forza del collettivo sulla prepotenza della casta?». Che cosa sono le zone grigie? «Con diverse sfumature, nelle zone grigie ci sono tutti quelli che vivono la loro vita passivamente, senza opporsi a chi comanda, aderendo allo stato di cose vigente. In Italia si aggiunge una sorta di superficialità cattolica che ci distingue da sempre, dunque la rinuncia alle responsabilità diventa più vistosa che altrove». Nelle zone grigie ci sono anche i «maledetti giornalisti»: «Non sono più mediatori, rappresentanti e difensori dell' opinione pubblica, ma sono diventati essi stessi opinione pubblica: un potere in sé. È difficilissimo, senza una visione, far rinascere l' opinione pubblica e la società civile, due cardini della democrazia». Se le cose stanno così, a chi spetta il cambiamento, lo slancio per «uscire dall' apatia», come suggeriva lo storico E.P. Thompson? «Il trentennio del sonno delle coscienze ha portato alla morte della sinistra: un po' tutti se ne sono lasciati irretire, anche i presunti oppositori. Se le cose possono cambiare, è grazie alle minoranze di intervento e di rifiuto della politica fatta in quel modo. Bisogna ridar vita a movimenti di disobbedienza civile individuali o di gruppo. Il dislivello tra ricchi e società normale non è mai stato così enorme, porterà a nuovi conflitti che verranno manipolati come conflitti tra poveri». Servirebbe una buona dose di indignazione, come suggerisce qualcuno, a cominciare dai movimenti di protesta spagnoli? «Più che indignazione, vergogna individuale. Bisogna però evitare di cadere nel meccanismo della chiacchiera: al Salone di Torino ho sentito tanti buoni propositi, ma chi si mette davvero in campo? Troppe persone si indignano per poi accettare tutto». Dall' obbedienza generale si salva, sorprendentemente, la Chiesa, almeno in parte: «Nella mia vita quotidiana, le uniche due sponde che offrono un minimo di ascolto rispetto alla solidarietà sono una parte del sindacato e una parte della Chiesa. Il resto non esiste. I politici di sinistra hanno fatto quel che fa un governo borghese: l' unica preoccupazione è far quadrare i conti e non certo difendere gli strati sociali più deboli». Eppure anni fa, Fofi aveva confidato in qualche amministrazione cittadina che mostrava un volto diverso: «Io non mi tiro mai indietro quando si tratta di fare cose utili, ma se evolvono malamente lascio il campo. I vari Bassolino e Orlando mi hanno illuso e fregato, di quelle esperienze è rimasta solo cenere e fango. Avevano dato qualche speranza, ma alla fine ci hanno resi ancora più scettici e cinici nei confronti della cosa pubblica». Non mancano, nel libro, gli esempi di coerenza civile da cui idealmente ripartire: da Aldo Capitini a Alex Langer, da don Milani alle vittime dell' impegno, come don Diana. «Langer proponeva una possibilità di futuro diverso, con la sua ossessione dei ponti tra lingue, tra etnie, tra classi sociali e tra i sessi. Ivan Illich sarebbe da rileggere, è stato un grande pensatore, ha scritto di salute, di automobile, di ecologia, di scuole, ma chi se ne ricorda più?». E non manca un principio guida, quello di Salvatorelli che univa «pensiero e azione»: «Ci sarebbe bisogno di una virata morale molto forte, come suggeriscono Giorgio Agamben e Roberta De Monticelli: una presa di responsabilità del cittadino con una coerenza, al limite del religioso, tra il fare e il predicare. Per fortuna ci sono ancora gruppi straordinari che però non hanno voce e non si collegano tra loro facendo, tra virgolette, politica». Gli intellettuali? Gli scrittori? Hanno ancora voce in capitolo? «Alcuni hanno cominciato bene, poi sono stati travolti alla logica del successo, della stupidità, del narcisismo. Potrei fare un sacco di nomi. Voglio bene a Saviano, ma è stato fagocitato dal suo clan editoriale, potrebbe dire ancora tantissimo, però si è lasciato condizionare troppo. A volte bisogna imparare a star zitti. Baricco l' ho visto finire prigioniero del meccanismo del successo: ma spero che lui e altri possano tornare a ragionare sulle proprie potenzialità e sui propri limiti. Persino Yehoshua e Rushdie, in forme non troppo diverse, sono rimasti vittime della stupidità». Apocalisse o disperazione? «Non sono una persona disperata, sono un pessimista. Vonnegut diceva che i maggiori ottimisti del Novecento erano Stalin e Hitler. Il pessimismo è un buon motivo per agire, per dare motivi di speranza e di lotta alle nuove generazioni. Per fortuna le minoranze si riproducono continuamente e io conosco tanti giovani sconcertati e spaventati che hanno voglia di assumersi delle responsabilità".