Recensione
Sara Antonelli, L'Unità, 08/05/2011

Romantici? Macchè: la dura vita degli Hobos

Torna in libreria Il vagabondo, il testo che nel 1923 inaugurò la collana di sociologia urbana diretta da Robert E. Park ed Ernest Burgess, due professori dell’Università di Chicago cui dobbiamo la formazione di ricercatori brillanti e desiderosi di raccontare per primi la vita in una grande metropoli dell’Occidente. Chicago, la città che dopo l’incendio del 1871 da 10.000 abitanti era passata ad averne oltre due milioni nel 1910, era il luogo ideale in cui trovarsi: bastava lasciare le aule dell’istituzione accademica ed ecco spalancarsi un campo di studio sterminato e fecondo che pareva non aspettasse altro. Che posto era diventato – si chiedevano gli scienziati della Scuola sociologica di Chicago quest’agglomerato incontrollabile di case, uffici, fabbriche, negozi e persone, gran parte delle quali nere, giunte a cercare lavoro dagli stati del Sud dopo la fine della Guerra civile e il fallimento delle politiche di ricostruzione democratica? Che posto era diventato questa meta di migranti, immigrati e senza casa? Al South Side, il ghetto nero della città, St. Clair Drake e Horace R. Cayton avrebbero dedicato, nel 1945, Black Metropolis. A Study of Negro Life in a Northern City, il volume che, impreziosito da una introduzione di Richard Wright, insieme al precedente e meno noto The Philadelphia Negro (1899) di W.E.B. DuBois dimostrava l’esistenza di un’invisibile e ciò nonostante ferrea linea del colore, che escludeva i neri da vita, lavoro, scuola e servizi tra i più elementari. Sarebbe rimasto, quello descritto da Drake e Cayton, lo spaventoso South Side in cui Martin Luther King si sarebbe polemicamente trasferito con la famiglia venti anni dopo, nel 1966, per dimostrare che nonostante il trionfalismo che aveva circondato la firma del Civil Right Act (1964) la segregazione resisteva ed era feroce e scioccante al Sud come al Nord. Ai senzatetto e ai vagabondi che arrivavano in città sia per caso – Chicago era ed è un importante snodo ferroviario nazionale – sia, soprattutto, per cercare un tetto e un lavoro aveva, invece, pensato, già nel 1923, Anderson con il suo Il vagabondo. Perché gli hobos – questo il termine impiegato da Anderson fin nel titolo di Madison Street, l’arteria lungo la quale il giovane sociologo si immerse per fare ricerca sul campo, sono connaturati alla moderna Chicago tanto quanto gli eleganti palazzi disegnati dell’architetto Louis Sullivan o la mafia di Al Capone. Agli hobos, che nei periodi di disoccupazione raggiungevano la cifra impressionante di 75.000 presenze, e al loro stile di vita Anderson dedicò quindi un’indagine scrupolosa, trascritta con una prosa chiara e piacevole che spinge a proseguire con la lettura come fossimo davanti a un racconto. Niente a che vedere con il sensazionalismo romanzesco de I misteri di Parigi (1842-3) di Eugène Sue o con altri racconti di bassifondi malfamati: no, quella di Anderson è la prosa di uno scienziato che scelto un fenomeno, lo studia, poi lo mette davanti ai nostri occhi e lo analizza, lo spiega. Una modalità accademica, chi lo nega, ma di certo non paludata e in ogni caso capace di suscitare interesse e provocare sorprese anche nei non specialisti. Come quando, arrivati al secondo capitolo («Tipologia dei vagabondi») e ci accorgiamo che il wanderlust, ovvero il romantico giramondo a cui tutti noi pensiamo al solo sentire la parola hobo non era che una variante, per altro minoritaria, di una categoria più vasta e complessa che comprendeva innanzi tutto disadattati ed emarginati di vario ordine e grado, e in cui lo stato mentale e psicologico, la solitudine, l’abbandono, la razza, il censo, la nazionalità o la mera sfortuna giocavano un ruolo determinante. L’esistenza degli hobos studiati da Andreson, in breve, ha poco a che vedere con lo stile di vita agognato da giovanotti desiderosi di avventure e sesso facile che Jack Kerouac avrebbe celebrato in Sulla strada (1957). La loro vita, apprendiamo, era faticosa e dura, senza affetti e poco sesso in genere era triste o violento o a pagamento (cioè come in Kerouac). Se proprio volessimo trovarle un corrispettivo narrativo, dovremmo rivolgerci al racconto del lavoratore stagionale che marcia verso la propria rovina in Il postino suona sempre due volte (1934) di James M. Cain o, ancora più avanti, nei romanzi di John Steinbeck dedicati alle famiglie diventate masse migranti con la Depressione. In quelle pagine, insomma, in cui il vagabondaggio raramente coincide con un liberatorio godimento della strada e dell’avventura. Osservata da Anderson, dunque, la vita degli hobos di Chicago non è troppo romantica e neppure avventurosa, almeno non nel senso tradizionale del termine. Va da sé, infatti, che il caso, e quindi la capacità di adattamento a qualunque situazione il destino presentasse loro davanti, avevano un ruolo importante nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Il quarto capitolo di Il vagabondo è dedicato esattamente a tale aspetto: al modo in cui quegli stessi uomini che avevano rifiutato la società o che da essa sono stati rifiutati, resistevano alle avversità ricostruendosi istituzioni a misura di senzatetto. È in queste pagine finali che troviamo la descrizione della «vita intellettuale dello hobo» o del ruolo determinante che molti di loro occupavano in organizzazioni sociali e politiche, nelle missioni o nelle scuole, così da assistere al meglio i loro amici in difficoltà. Ed è pure in queste pagine finali che ci chiediamo perché nello studio di Anderson ci siano solo hobos maschi e non anche hobos donne. Forse negli Usa o nella Chicago di allora non c’erano le vagabonde, le disadattate, quelle che alla routine del lavoro e del lavoro casalingo proprio non ci volevano stare? Certo che sì; e basta sentire un blues a caso (Travelin’ Blues) di Ma’ Rainey, come pure basta leggere il capitolo «Here Comes My Train», in Blues Legacies and Black Feminism, di Angela Y. Davis, 1998, per convincersene; basta scorrere un po’ di storia del movimento operaio statunitense, per esempio quella raccontata da Laura Hapke in Sweatshop. The History of an American Idea, 2004, o leggere Imitation of Life (1933) di Fanny Hurst o I loro occhi guardavano il cielo (1937) di Zora Neal Hurston per ricordarcelo. E dunque, sì, le hobos esistevano, ma, a differenza degli hobos maschi, le vagabonde di allora ci sembra siano protette da una cortina di promiscuità pseudo-romantica: per le donne fuori norma, insomma, non il convento, bensì il bordello.