Recensione
Barbara Ferraro, AtlantideZine, 06/05/2011

I colori di Chagall nelle fiabe di La Fontaine

Era il 1923. Chagall era al culmine del suo successo: il suo stile era ormai riconoscibile e unico, i suoi dipinti ricercati e apprezzati dalla critica; un editore lungimirante e dal finissimo gusto, Vollard, gli commissionava delle tavole per illustrare il testo a stampa dei racconti di Gogol.

Come sempre accadeva, Chagall si tuffò a capofitto nella realizzazione delle tavole dando vita a capolavori straordinari: non aveva ancora portato a termine il lavoro che già Vollard gliene commissionava uno nuovo, se possibile anche più esaltante: illustrare le fiabe di La Fontaine. E il compito non era semplice, giacché le tavole avrebbero subito il confronto con le ben celebri illustrazioni di Dorè. Nonostante ciò, al bianco e nero delle splendide litografie di Dorè si avvicendarono le gouaches di Chagall. Tra il 1926 e il 1927 a Berlino, Bruxelles e Parigi, le tre mostre dedicate ai “favolosi” animali, alle ironiche fiabe di La Fontaine, ebbero un successo straordinario; tanto che solo grazie a un lavoro minuzioso e lungo, alcune istituzioni museali riuscirono a recuperare, soprattutto da collezioni private, poco più di quaranta gouaches originali per le quali erano state tirate le incisioni.

Vollard sapeva quanto fosse necessario “dare una interpretazione meno letterale dell’opera di La Fontaine: qualcosa che sia insieme più espressivo e più sintetico”. Tra l’altro la sintesi tra le diverse fonti e ispirazioni classiche (Esopo, le storie indiane di Kalila e Dimna) di La Fontaine non poteva trovare espressione migliore che nella qualità onirica dei colori chagalliani che, sempre nell’opinione di Vollard, potevano più di altri evocare quell’Oriente cui si ispiravano.

La Donzelli, per la prima volta in Italia, si cimenta con la stessa avventurosa impresa dell’editore francese, dando alle stampe, in una nuova traduzione di Maria Vidale, una selezione (43 delle 100 acqueforti) delle fiabe di La Fontaine: Favole a colori.

“L’uomo sa trasformare in realtà tutte le sue chimere…”, afferma La Fontaine alla fine de Lo scultore e la statua di Giove “…Resta di ghiaccio davanti a verità e si infiamma per cose menzognere”. Poche affermazioni sono più condivisibili di questa, ma per una volta possiamo smentirla e sottolineare come un editore si sia finalmente “infiammato” dinanzi alla essenziale necessità di riportare all’attenzione di un pubblico che cerca “verità”, e spesso s’imbatte in “cose menzognere”, delle opere realmente valide e “vere”.

Originale l’idea, raffinata e moderna la traduzione, elegante l’impaginazione che a ogni fiaba accosta due immagini: la prima è un dettaglio che lascia nell’attesa del quadro completo che viene disvelato, nella sua interezza, solo sulla pagina successiva. I colori sono netti e intensi, i soggetti, specie quelli animali, riportano alle Stadt, ai villaggi, ai cieli della tradizione pittorica e personale del pittore bielorusso. Dominano i colori: la scena è del blu, del giallo, del verde, del rosso. Colori intensi e densi. Tutto è nuovo e, al contempo, fitto di tradizioni, rimandi, sogni.