Recensione
Andrea Monda, www.labussolaquotidiana.it, 09/04/2011

Ogni storia appartiene all'universo

“Ogni storia, anche un romanzaccio o una novelletta da quattro soldi, ha qualche cosa che appartiene all'universo. Ogni storia, per quanto breve, comincia con la creazione e termina con il giudizio finale”. Così Chesterton diceva la sua, con la solita impertinente potenza evocativa, in uno dei suoi saggi migliori, L'uomo eterno, sul tema della natura della letteratura, una natura che per lo scrittore inglese è evidentemente e squisitamente teologica e biblica. Il racconto Il posto delle balene, breve quanto intenso, di Jean-Marie Gustave Le Clézio, premio Nobel nel 2008, fa ritornare alla mente l'affermazione chestertoniana.

A quasi vent'anni dalla sua prima edizione (Pawana, questo il titolo originale, fu pubblicato dall'editore parigino Gallimard nel 1992) arriva ora in Italia grazie all'editore Donzelli questo gioiello letterario, semplice, levigato e duro come un piccolo diamante e mostra la sua bellezza ancora integra e potente. Pawana è il nome con cui gli indiani di Nantucket chiamano le balene, animali giganteschi come mostri e innocenti come bambini, che sono le protagoniste, loro malgrado, del racconto di Le Clezio che si può sintetizzare in una frase posta verso le ultime delle poche pagine che compongono questa dolente elegia verso un mondo destinato a scomparire: “Quel luogo, un tempo così bello, puro come doveva essere in origine il mondo, prima che l'uomo vi facesse la sua comparsa, era diventato il luogo del massacro”. Proprio come suggeriva Chesterton: dall'Eden all'Armageddon, ogni storia umana comincia con la Genesi e termina con l'Apocalisse.

La storia raccontata da Le Clezio è presto detta: al largo della costa messicana della California esiste un luogo, un passaggio, che ha i contorni mitici proprio perchè nessun uomo ancora l'ha scoperto; una laguna dove le balene si recano a partorire mentre i maschi si posizionano a corona per proteggere le femmine e i piccoli. Ma i miti finiscono e l'incanto non dura mai in eterno: “Io, Charles Melville Scammon, in quest'anno 1911, sentendo prossima la mia fine, ricordo quel 1° gennaio 1856 quando il mio Léonore lasciò Punta Bunda facendo rotta verso sud”.

E' il moribondo capitano Scammon (dal nome fortemente evocativo - Melville - che verrà attribuito alla laguna da lui scoperta) che, giunto al suo Armageddon personale, torna con i ricordi a cinquantacinque anni indietro sognando di arrestare il tempo e cancellare le conseguenze della sua scoperta: “Come se potessi fermare il corso del tempo, fermare la prua della scialuppa, richiudere l'ingresso della laguna. Sogno tutto questo, così come un tempo avevo sognato di aprire quel passaggio. Allora il ventre della Terra potrebbe ricominciare a vivere, e i corpi delle balene scivolerebbero dolcemente nelle acque più calme del mondo, in quella laguna che finalmente non avrebbe più nome”.

Una storia sulla fine dell'età dell'innocenza, una storia piccola ma proprio per questo enorme, universale, gigantesca come le miti pawana che non scivolano più dolcemente nell'acqua insidiosa del Pacifico.