Recensione
Gianni Ferrara, Il Manifesto, 26/04/2011

Centocinquant'anni dalla parte dei diritti

Sorprende molto, e non potrebbe essere altrimenti, constatare che mancava in Italia una storia dei diritti pensata, condotta e redatta come tale. Non è che non ci fossero state pregevolissime ricostruzioni di singoli o di categorie di diritti che partissero dalla loro origine normativa, ne indicassero le varie vicende per poi approdare alla loro configurazione attuale. Ma mancava una storia propria, determinata, organica dei diritti in Italia, che li comprendesse al di là della loro appartenenza ai vari rami dell'ordinamento, privati o pubblici che fossero, della prima o delle successive generazioni. La lacuna è stata colmata da Stefano Rodotà. Non è un merito da nulla. Ed è solo il primo delle 154 pagine di un libriccino che impressiona, titolato Diritti e Libertà nella storia d'Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011, perché risponde positivamente alla domanda se si possa in poche pagine tracciare nientemeno che una storia la cui estensione sembrerebbe implicare lo sforzo non di un solo giurista, e non di una sola branca e non di una sola scuola, insomma una fatica enorme, plurima, di anni e anni. Dunque Rodotà ci aveva fino ad ora nascosto la sua capacità di racchiudere in tanto poco spazio così tanta storia, e che storia. Lo ha fatto tramite un'operazione brillante e altamente produttiva, e questo è un altro merito che gli va riconosciuto. La sua fatica è stata quella di cercare e poi di individuare esattamente il titolare reale dei diritti, il soggetto, l'essere umano concreto e storicamente determinato che li avrebbe esercitati e li avrebbe goduti. Traendolo dalla configurazione delle norme, certo, ma ritraendolo nella dinamica reale dell'ordinamento, nella società nella quale è immerso, nei rapporti effettivi del suo vissuto effettivo. Non è stata un'operazione semplice, di poco sforzo, di agevole fattura. Si trattava intanto da situare esattamente il soggetto cui andavano riferite le norme riconoscitive dei diritti soggettivi nella specifica fase di sviluppo dell'economia e quindi della società, quella italiana, quanto mai disomogenea, quanto mai attraversata da contraddizioni non soltanto di ordine complessivo, ma derivanti dalla variegata congerie di condizionamenti non solo economici e sociali ma anche di culture di ceti e territoriali, anche di sensibilità più o meno graduate e di gusti più o meno diversificati. Tre sono le figure identificanti del soggetto titolare dei diritti in centocinquanta anni di storia unitaria. Quella del «borghese maschio, maggiorenne, alfabetizzato, proprietario» dell'Italia liberale. Quella del «cittadino asservito» dell'Italia fascista. Quella del cittadino di uno stato ridisegnato per trasformare il modello borghese della «Repubblica dei proprietari» nella «Repubblica dei lavoratori», che la Costituzione volle prescrivere. La figura iniziale non si basa sullo Statuto albertino e non perché non gli corrispondesse, ma perché il carattere flessibile di quella prima Costituzione la rese immediatamente recessiva a fronte dei codici, di quello civile soprattutto, che ispirava ovviamente gli altri e che non poteva essere se non tipicamente «monoclasse», espressivo cioè della classe dominante, rigidamente e duramente privilegiata, stante poi il carattere del suffragio elettorale riservato al solo 1,9 per cento della popolazione. Stante l'esclusione dei lavoratori, e in genere, dei ceti più poveri dalla area dei diritti, da quelli politici «alla totale subordinazione al padrone nell'ambito delle diverse prestazioni di lavoro, all'esclusione di pari opportunità nell'ambito dell'istruzione e della libertà di manifestazione del pensiero, alla limitazione di libertà fondamentali della persona, come quella di contrarre matrimonio». Il «cittadino asservito» è quello, ovviamente, reso tale dal fascismo. Rodotà non si lascia incantare dalla qualità tecnica dei codici che nei venti anni si susseguirono per la definizione del regime. Ne disvela invece l'autoritarismo che pervade ciascuno di essi, la discriminazione che quei codici canonizzano nei confronti delle donne, la perpetuazione del dominio di classe, l'appannamento sostanziale dell'interesse pubblico, pur strombazzato come prioritario. Non nasconde il sistema di elargizioni instaurato con le ferie pagate, l'indennità di licenziamento, gli assegni familiari. Sottolinea però come corrispondessero alla riduzione dei salari, all'irrigidimento gerarchico dei rapporti di lavoro, alla perdita dei diritti politici e alla restrizione di quelli civili: uno scambio intollerabile, ignobile. Il cittadino - termine comprensivo di tutti e due i generi - è il tema del terzo capitolo. Rodotà lo definisce come il soggetto della lotta per l'attuazione della Costituzione, un soggetto che ha iniziato questa lotta subito, sessanta anni fa, e la continua oggi, forse anche con più convinzione di ieri. Di questa lotta Rodotà descrive magistralmente le fasi, le vittorie e le sconfitte, i fattori delle une e delle altre. Così come, nell'ultimo capitolo, tratta delle vicende di questi quindici anni connotati da una «transizione irrisolta», della quale non nasconde le cause, le regressioni intervenute, i pericoli che incombono, enormi, gravissimi. E non poteva fare diversamente, da «giurista dei diritti» quale è. Dal suo punto di osservazione, vede come - in un secolo e mezzo - i diritti si sono riflessi sulla società italiana, condizionandola, vincolandola. E scrive un saggio che, al tempo stesso, è un libro di storia tout court e un contributo importante per riflettere sulla identità italiana.