Recensione
Bruna Miorelli, Linus n. 4, 01/04/2011

Piccoli grandi

Un nuovo libro in italiano della celebre narratrice Charlotte Perkins Gilman, saggista e polemista americana vissuta a cavallo tra Otto e Novecento, dopo la recente uscita dalla neonata editrice Astoria dei racconti leggeri e ironici raccolti sotto il titolo “La governante e altri problemi domestici”. Questo “La terra delle donne”, introdotto da due scritti di Anna Scacchi e Vittoria Franco, è un libro importante per conoscere a fondo l’autrice perché comprende sia il suo romanzo Terra di lei (Herland, paese popolato da sole donne che hanno creato una civiltà pacifica di persone evolute e sensibili che si riproducono per partenogenesi, alla quale accedono tre esploratori uomini), sia una buona quantità di racconti. Un’attività complessa quella di Perkins Gilman, basti pensare al saggio “La donna e l’economia sociale” che la rese nota a livello internazionale per la proposta di minare le fondamenta del patriarcato a partire dall’indipendenza economica femminile. E al fatto che spaziò dalla sociologia al romanzo, alla poesia, viaggiando di città in città per le sue conferenze. Fece inoltre parlare di sé anche alla sua morte. A favore dell’eutanasia, a 75 anni si suicidò con una memorabile lettera per non dover reggere i tremendi esiti prolungati della sua malattia. Non mancano i risvolti problematici come ci dice la curatrice: l’adesione all’eugenetica per il miglioramento della specie e certi giudizi razzisti a scapito delle minoranze etniche del Paese. Anche la sua vita fu di una certa complessità, a partire dalla depressione post partum che la colpì alla nascita della figlia, esaurimento nervoso che si protrasse a lungo. Un luminare della psichiatria al quale dopo tre anni si rivolse , come racconta lei stessa in uno scritto del 1913 a proposito del suo meraviglioso racconto “La carta da parati gialla”, le impose di “non toccare penna, matita o pennello per tutta la vita”. Resistette all’inattività che la precipitava sempre più nel suo gorgo, fino a quando un ‘amica non la indusse a ribellarsi e a riprendere il lavoro intellettuale. Dall’esperienza scaturì il racconto che poi sarebbe stato sviscerato a lungo nelle università di diversi Paesi. Protagonista la giovane moglie di un medico, che per il suo bene, così crede, le fa fare una vita da reclusa condannandola all’inazione. Niente lavori domestici, niente letture. Più dorme e riposa, meglio è. Relegata nella sua camera, lei si ritrova ad osservare la carta da parati dagli strani disegni e comincia a fissarsi su di essa fino a vedere una donna nascosta lì sotto che la percorre da una parete all’altra. Nel tentativo di liberarla, strappa con le unghie la carta per finire col pensare di essere proprio lei quella donna. Personalmente l’autrice non ha avuto allucinazioni, ci informa, però ha rasentato una simile pazzia. Ai tempi il racconto fece scandalo, ma Perkins Gilman nel testo scritto anni dopo riporta come alcuni psichiatri grazie ad esso avessero rinunciato a quel tipo di cura. Un racconto terribile che rappresenta il peggio, e proprio per questo lancia il messaggio opposto. Un po’ come fece successivamente Simone de Beauvoir con “Una donna spezzata!, storia dell’autodistruzione di una moglie abbandonata dal marito al quale aveva dedicato l’intera esistenza. Annichilimento dal quale le sue contemporanee ricavarono la determinazione a non consegnarsi a occhi bendati alla famiglia. Quanto alla Perkins Gilman, qui come scrittrice dà il meglio di sé quando evita di far trapelare gli intenti troppo direttamente ideologici o educativi.