Recensione
Isabella Mattazzi, Il Manifesto, 17/04/2011

Echi letterari di una strage di balene

Dopo Moby Dick è sempre stato difficile far entrare una balena minimamente credibile in un testo narrativo. Esistono temi, figure della simbologia letteraria che una volta raggiunta la massima icasticità del proprio segno sembrano svuotarsi totalmente di senso. Sono pochissimi gli esempi di una tale catastrofe tematica, certo, ma ci sono. E la balena bianca, fra tutti, è il più evidente. Cosa si può dire, infatti, dopo Melville? Quali ossami esporre, quali arpioni, marinai tatuati, barili di olio possono essere mostrati senza che immediatamente ben altri arpioni, marinai e barili intervengano nella memoria di ognuno di noi condannando azioni e dialoghi alla discarica abusata del “già detto?”. Con Il posto delle balene , romanzo del 1992 appena tradotto in Italia da Donzelli, Jean Marie Le Clézio sembra non essersi posto alcun problema: la sua non è altro che una riproposizione postmoderna del tema della balena bianca Non c’è alcuna distanziazione ironica, alcuno sfoggio di citazioni, alcuna struttura a patchwork che facciano del libro un intelligente esempio di rivisitazione di un’icona letteraria. Ciò di cui si tratta, in questo caso, è una scrittura più vera del vero. Un calco, se vogliamo, nel senso più letterale del suo procedimento, che consiste nel coniare qualcosa di nuovo riprendendo le strutture tematiche e linguistiche di un certo “sistema” di provenienza. Il Posto delle balene in tutto e per tutto vicino al “sistema Melville”. Ma non soltanto. Nella storia del viaggio del Léonore, il veliero in cerca di una leggendaria baia delle balene lungo la bassa California, si possono ritrovare, uno dopo l’altro, tutti i capisaldi di quel vero e proprio “sistema narrativo” che è di fatto il racconto di mare, da Coleridge a Poe al Conrad di Cuore di tenebra. Ma è possibile oggi riproporre una storia di caccia alle balene? Ed è possibile riproporla così, come se fosse un romanzo di fine Ottocento, riportando le lancette indietro di quasi due secoli? Facendo finta che non sia accaduto niente in mezzo? Nel caso di Le Clézio pare proprio di si. Perché non soltanto l’ossatura del racconto ( anche se esile, si tratta in fin dei conti di un testo di non più di sessanta pagine) , mantiene un equilibrio perfetto. Non soltanto il linguaggio è impeccabile. Ma anche quel senso del “già detto”, quella fastidiosa sensazione che ogni volta arriva a coglierci di fronte alla riproposizione di un tema ormai abusato, non sembra essere qui affatto presente. Le balene ci sono, gli indiani tatuati pure, le capanne dei bucanieri anche. Ma tutti sono estremamente credibili. Inspiegabilmente “vivi”. D’altra parte “Il posto delle balene” è costruito su un fatto reale. La scoperta nel 1863 di una baia segreta dove le balene andavano a partorire e il loro conseguente massacro, violentissimo, è cosa realmente accaduta. Ma di un fatto vero, tra l’altro così lontano nel tempo, sarebbe stato facilissimo fare un elemento museale, trasformarlo in un “oggetto” desueto, come avrebbe detto Francesco Orlando. Invece no. Il racconto del massacro sembra arrivare a noi miracolosamente perfetto. Dotato di quella particolarissima forza e lividezza che soltanto la dimensione atemporale del mito è in grado di consegnare. Perché di fatto il testo di Le Clézio si muove nel tempo immobile del mito. O meglio lungo l’asse dei due tempi immobili, il tempo aureo della bellezza: il tempo delle balene, dell’acqua della baia ribollente di pinne e codate, di spruzzi alti metri e metri. E il tempo devastato della fine: l’oggi in cui i due narratori ( il giovane mozzo del Léonore ormai vecchio e il capitano Melville Scammon adesso in punto di morte) guardano desolati un universo ormai completamente distrutto. Cosa è successo tra questi due tempi?Il massacro naturalmente. Il tradimento della purezza del mondo. L’annientamento feroce della natura colta nell’atto miracoloso del suo rinnovarsi. Ma ancora prima del massacro, la violazione del segreto. Scoprire la baia, rivelarla, darle un nome è stato infatti vero atto di violenza. Il più atroce. Nominare la natura, da sempre, fin dalla Genesi in cui un Adamo non ancora conscio del proprio potere dà il giusto nome agli animali che il suo dio gli pone di fronte, è prerogativa umana. Il nome, il linguaggio è degli uomini (del mondo occidentale, se vogliamo guardare la cosa da una prospettiva di studi postcoloniali). L’altro da noi, ( che sia aborigeno o balena poco importa) è infatti per definizione colui che non può parlare. Chi è stato posto come altro, non può per forza di cose utilizzare lo stesso linguaggio di colui che lo nomina . Non ha voce, non ha parola. Senza voce sono le balene. Senza nome è la baia prima che il Léonore ne avvisti l’imbocco. Senza linguaggio è Aracoeli, l’indiana. Senza nome, senza scritte è la tomba in cui viene gettata dopo essere stata picchiata e uccisa. Ma la distanza linguistica tra soggettività occidentale e altro da noi potrebbe non essere sempre elemento di necessaria mutilazione identitaria , nel mondo di Le Clézio nominare equivale invece automaticamente a uccidere. Dare il nome alla baia significa immettere la sua dimensione naturale in un meccanismo produttivo, in una progressiva meccanizzazione del mondo che conduce inevitabilmente alla catastrofe. Catastrofe della natura in primo luogo, diventata elemento inerte, ridotta alla dimensione organica di puro e semplice macchinario. Catastrofe degli uomini in seconda istanza. Perché la carena del Léonore , abbandonata sulla spiaggia quando ormai ogni risorsa è finita e ogni speranza di ulteriore guadagno è andata in fumo, sembra farsi anche lei, alla fine, balena tra le balene, carcassa tra le carcasse, ossame inutilizzabile di legno e di ferro arrugginito tra gli ossami bianchi, inutilizzabili anch’essi, delle balene e dei loro piccoli.