Recensione
Stefano Biguzzi, L'Arena di Verona, 19/04/2011

Saggistica Donzelli

Nata nella mente di poeti e scrittori ancor prima che nel sentire comune, l’Italia reca nel bene e nel male le stigmate di questa origine letteraria: nel bene, immergendo le radici e le ragioni del proprio essere in un humus culturale che nessun’altra nazione al mondo può vantare, nel male, cadendo vittima di uno strano sortilegio per il quale la parola, più o meno alata, tende sempre ad avere la meglio sulla cruda realtà dei fatti. Non è un caso del resto se il maturare del nostro processo identitario ha avuto il suo ideale contrappunto nei versi di poeti assurti al rango di “vate” della patria (Dante, Foscolo, Carducci, Pascoli, D’Annunzio) e se questo ha finito ineluttabilmente per trasfondersi in certo modo parolaio di far politica che ha raggiunto il suo vertice con il fascismo ma che ha ammorbato l’Italia ben oltre il Ventennio, al punto da far quasi pensare ad una sorta di tara genetica. La retorica, nella più vasta accezione del termine, si offre dunque come strumento di straordinaria efficacia per scandagliare e meglio comprendere il «Bel paese» (Petrarca!) e proprio ad essa è dedicata l’ultima interessantissima pubblicazione di Silvio Lanaro (Retorica e politica. Alle origini dell’Italia contemporanea, Donzelli, pp. 360, euro 28), una summa che ripercorrendo il quarantennale itinerario di ricerca percorso da uno dei massimi storici italiani, sviluppa e approfondisce questa fondamentale intuizione sull’Italia contemporanea, ovvero il sistematico e costante intreccio tra retorica e politica che contraddistingue la nostra vicenda nazionale. Strumento di pura fascinazione fonetica, suggestione metaforica, ossimoro provocatoriamente anticonformista o dotto espediente letterario, la retorica, nella lucida analisi di Lanaro, risalta come componente essenziale per la storia dell’Italia unita pervadendone ogni «cellula e fibra» e mostrandosi ora come «apparato concettuale predisposto a tutela di un’opinione sinceramente professata» ora, assai più spesso verrebbe da dire, come «doppiezza e ridondanza esornativa» di origine rinascimentale, intesa a «mascherare nell’azione politica la mancanza di ogni rigore civile, serietà morale e impegno intellettuale». I dieci saggi che compongono il volume ricostruiscono con maestria le argomentazioni persuasive messe in opera dalle classi dirigenti per motivare la loro azione, e ci guidano in un prezioso “viaggio d’istruzione” che, partendo dall’idea di contemporaneo, attraversa i territori di monarchia, élites, educatori, contadini, antigiolittiani, fino alla Grande Guerra e al fascismo non senza fare tappa nelle lande di una storia economica sconosciuta ai più, con due ricchi capitoli dedicati alla questione del protezionismo. È una storia di parole d’ordine e carismatici lemmi, ma è anche una storia di vere e proprie ridefinizioni e ricollocazioni operate su intere classi sociali; come nel caso dei contadini, liberati nella seconda metà dell’800 dalla classica immagine satirica che li descriveva come scostumati, giocondi, poltroni, bugiardi e lubrichi per farli assurgere a nuovo stereotipo dell’italiano-tipo: l’uomo dei campi, serio, disciplinato, ligio alla morale religiosa, laborioso, casto e morigerato da opporre all’irrompere sulla scena sociale di nuove classi operaie percepite come incontrollabile ed incognita minaccia. Dato per acquisito che la retorica, ovunque ed in tutte le epoche, è sempre stata parte integrante della politica, le pagine di Lanaro, pur avendo per confine cronologico la prima metà del secolo scorso, confermano sotto molti aspetti come nella realtà italiana questo legame abbia subito una progressiva degenerazione fino a ridursi ad un rapporto malato in cui il mezzo si è sostituito al fine, travalicandolo. E di fronte allo spettacolo di una politica sempre più immersa in narcotiche volute di parole, il pensiero non può non andare allo sferzante giudizio di Piero Gobetti sul sommo retore del nostro Novecento: «In Italia la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio»; parole mai come oggi di tragica, avvilente attualità.