Recensione
Stefano Rodotà intervistato da Mirella Serri, Tuttolibri de La Stampa, 16/04/2011

"La mia regola: unire Bobbio e la Dickinson"

Trema e freme, vive di vita propria il suo cellulare che vibra sul tavolo. Il professor Stefano Rodotà, che tutte le mattine, con il suo cario di libri sotto il braccio, se ne va a lavorare in una luminosa stanza della biblioteca della Fondazione Basso da lui diretta per anni, respinge al mittente un invito a un talk show, promette un incontro con un gruppo di tunisini, annota le richieste che arrivano una dietro l’altra, di dibattiti, conferenze, interventi. E’ assai ricercato il paladino dei diritti e delle libertà, notissimo anche a livello internazionale, lo spadaccino dal piglio determinato, ereditato dagli avi albanesi sbarcati in Calabria. E’ approdato alla politica nel 1979 ( è stato fra l’altro vicepresidente della Camera e poi membro del Parlamento europeo), ha contribuito a creare la moderna idea di Privacy ( ha presieduto l’Autorità garante per la protezione dei dati personali) ed è uno dei massimi esperti di bioetica e di biodiritti. Con il suo profilo di giurista che a colpi di codici e codicilli difende le regole, la democrazia e la Costituzione contro “chi vuole – come dice lui stesso – farla a fette” o ridurla a spezzatino, oggi è visto come una barriera di fronte a tante turbolenze. Aggiornato agli ultimi incandescenti 15 anni, ora lo studioso ripubblica un avvincente excursus sulle alterne vicende giuridiche della penisola: “Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti. 1861-2011. Non è un caso che la Biennale democrazia – che si svolge a Torino dal 13 al 17 aprile, presieduta da Gustavo Zagrebelsky e del cui comitato di garanti fa parte lo stesso Rodotà – è dedicata al rapporto fra “il potere di tutti”, proprio della società democratica, e “i poteri di pochi” cioè le “oligarchie” in grande aumento.

Sono insomma tanti, troppi, i segnali che “l’età dei diritti” sta imboccando il viale del tramonto?

“Gli argomenti di cui si discute nelle sessioni torinesi sono i più sentiti, sangue e carne viva. Stiamo entrando in un’era di crescenti disuguaglianze, a cominciare da come si profila l’attuazione del federalismo fiscale e dalla facoltà concessa alle Regioni di esprimersi anche in materia di diritti civili. Anche il concetto di accoglienza sembra poi aver fatto giganteschi passi indietro”.

Al dopoguerra?

Macchè, a prima del 1865. Vuol sapere come trattavano lo “straniero” a quei tempi? Era ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini anche se non sussisteva la condizione della reciprocità.Infine, ed è altro motivo di allarme, ora, si parla tanto di ragion di Stato, di emergenze che giustificano i pieni poteri concessi ai governi, si fanno continui tentativi di considerare le libertà “eccessive” rispetto alle esigenze di controllo sociale o di sviluppo economico: tutto questo mentre assistiamo a conflitti istituzionali senza precedenti nella storia della repubblica”.

La tolleranza, diceva Bobbio, deve essere estesa a tutti tranne che agli intolleranti. Il carburante per alimentarla sono i libri che l’hanno sempre circondata, e fra questi di quali consiglierebbe in particolare oggi una rilettura? “Quando consegnai uno dei miei primi saggi , il cattedratico che lo visionò mi disse: “Una citazione di Thomas Mann in meno e una del codice civile in più e sarebbe stato perfetto”. Credo di non aver passato un giorno della mia vita, dall’adolescenza in poi, senza un libro, dal momento che sono abituato a dividermi tra opere già lette e new entries”.

La letteratura eleva la soglia delle difese immunitarie, proprio quelle di cui attualmente percepiamo la necessità?

“Nel campo giuridico non si può prescindere da L’età dei diritti di Norberto Bobbio o da classici come La lotta per il diritto di Rudolf Von Jhering della seconda metà dell’Ottocento. Esemplare il suo racconto della vicenda di un inglese che durante il Grand Tour approda in Francia e viene truffato dall’oste. Avvia le pratiche per portare davanti ai giudici il malfattore nonostante tutti gli ricordino che in questo modo sperpererà solo tempo e soldi. Ma lui si ostina. Crede infatti che quello che ha imparato nella vecchia Inghilterra , e cioè che lo spirito della democrazia alberghi in ciascuno di noi”.

Poesia e romanzi che ci aiutino a fronteggiare situazioni impervie e difficili?

“Fondamentale Emily Dickinson che, fra tante cose, mi ha fatto capire che la ribellione alle regole convive spesso con un disperato bisogno di aggrapparsi ad un divieto: “ ‘non devi’ è la spada più pietosa” è uno dei suoi versi per me memorabili. Katherine Mansfield è un punto di riferimento: mi ha fatto comprendere come mai nella nostra cultura la sofferenza abbia assunto più peso della morte. “Spero non ci siano letti in Paradiso” , scrive quando è molto malata. Philip Roth in Nemesi, sulla stessa linea, mi ha sollecitato anche lui a riflettere sul problema del morire con dignità, e tutto questo mi ha portato a schierarmi nella battaglia a favore della eutanasia”.

Altri testi letterari che hanno affiancato i corposi codici?

“Ho scoperto la lettura nella grande casa dei nonni a Cosenza. Magari non si avevano soldi per tante altre cose ma mai si rinunciava al volume che si andava a ordinare alla cartolibreria. Gli scaffali erano strapieni e c’era pure la stanza dei thriller. Leggevo di tutto: da Balzac a Dostoevskij, Walter Scott, Rabelais, Mann – dalla Montagna incantata alle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull che mette a nudo la figura del carrierista di pochi scrupoli – Cervantes, Melville che in Moby Dick descrive meravigliosamente Manhattan che il “commercio avvolge come una risacca”. E poi c’erano Ferenc Kormendi, Alberto Moravia e i poeti, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pasolini: veramente non mi sono mai fatto mancare nulla. Ultimissime scoperte sono state Amos Oz, con Una storia d’amore e di tenebra in cui ripercorre le vicende del nascente Stato d’Israele, e Aldo Schiamone con l’affascinante Spartacus”

Quando si manifesta la scoperta che l’abito dell’uomo di legge ben le si attagliava?

“Sostengo l’esame di Diritto ecclesiastico con Arturo Carlo Temolo che mi elogia: “Lei è veramente interessato al diritto”. Mi ha come fulminato, lui era una vera autorità e provai una grande emozione. Analoga a quella che mi provocò vedere il mio primo articolo pubblicato sul Mondo di Mario Pannunzio in prima pagina. Il direttore, Pannunzio, aveva fama di essere severissimo, dio aver fatto riscrivere un pezzo sui fratelli Cervi persino al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Questi sono gli anni che passo in compagnia di Italo Calvino, di Ennio Flaiano con Tempo di uccidere, di Paolo Volponi e di Ottiero Ottieri che facevano capo al movimento Comunità di Adriano Olivetti. In una giornata freddissima sbarco a Ivrea per essere assunto dall’industriale che aveva arruolato tanti intellettuali ma all’ultimo momento mi tiro indietro. Vado a studiare a Londra. Olivetti addirittura mi aiuterà con 300 mila lire, cifra allora notevole. Al mondo della politica approdo attraverso l’Unione Goliardica Italiana: incontro con Marco Pannella e poi gli amici di una vita, Tullio De Mauro, Luigi Spaventa, Eugenio Scalfari e Bobbio. Quando era senatore a vita, su mandato di Achille Occhetto e Massimo D’Alema, fui latore della proposta di candidarlo per il Quirinale: “So bene quello che so fare. Sicuramente non saprei fare il Presidente della Repubblica. Non vorrei sporcare la mia vita” mi rispose offrendo una vera lezione di moralità”.

Un’epigrafe per suggellare il rapporto tra diritto/i e letteratura?

“Montaigne mette in evidenza la contrapposizione tra diritto e vita. Quest’ultima “è un movimento diseguale, irregolare e multiforme”. Proprio il contrario della legge che è uniforme, regolare e uguale per tutti.”