Recensione
Alessandro Coppola, Rassegna Sindacale, 01/04/2011

Un nuovo alfabeto

La diagnosi dello stato della democrazia e della società italiana offerta da Carlo Donolo nel suo ultimo lavoro sembrerebbe lasciare spazio a una sola possibilità: la disperazione. Quindi, il primo consiglio di lettura è di non perdersi i capitoli finali che, però, rivelano tutto il loro valore se si leggono i primi, decisamente più pessimisti. Quello descritto da Donolo è un paese attraversato da mutazioni sociali che stentano a trovare una lingua culturale civilizzata e civilizzante, ostaggio di particolarismi potenti che si affidano a un populismo senza censure, divaricato da diseguaglianze sociali e territoriali sempre più ampie e i cui beni comuni hanno passat da tempo la soglia della tragedia (per l’appunto, la cosiddetta “tragedia dei beni comuni” di cui parla la letteratura scientifica). L’accusa più grave che Donolo rivolge all’Italia di quest’inizio di ventunesimo secolo – non a caso tema portante del ragionamento – è quella di essere la vittima complice di una sorta di pervasiva sindrome della falsa coscienza, che avvelena sia il tempo presente sia le prospettive future (che,semplicemente, scompaiono dal discorso pubblico). Una “crisi cognitiva” che ci porta a sprecare il sapere e le competenze e che ci previene dall’alimentarla, che ci impedisce di plasmare la pubblica opinione sulla base di informazioni attendibili, che non ci permette di guardare ai problemi reali per quello chsono e di riconoscere gli interessi particolari nella loro realtà: interessi, per l’appunto, particolari la cui caotica giustapposizione è ben lontana dal generare l’interesse pubblico. Nell’Italia della crisi cognitiva, tutti i comportamenti corrosivi hanno un alibi, argomenta Donolo – “l’evasore dice che lo fanno tutti; le categorie a rischio fiscale concedono solo l’esistenza di poche mele marce, contro l’evidenza statistica l’abitante di casa abusiva crede (qui si tratta di fede) che la casa condonata è sanata, cioè è anche sicura, è molto sorpreso se lo si contesta (…)” –, e il discorso pubblico è dominato da capri espiatori agitati costantemente dai media – il Mezzogiorno assistito, il fannullone, gli immigrati delinquenti –, che hanno la virtù di sollevare chi li fa propri dalle sue responsabilità. La crisi cognitiva è una sorta di analfabetismo sociale di massa, frutto estremo di uno “squilibrio strutturale tra dominio della cultura di massa e masse non acculturate a sufficienza”. Masse che, rese nude dalla fine (senza possibile ritorno) del paternalismo benevolo e qualificato delle grandi culture politiche dei primi decenni della prima repubblica, finiscono per essere analfabete anche dal punto di vista normativo: non avere informazioni corrette, nascondere i problemi e, di conseguenza, non rispettare le regole. Regole che, peraltro, se non vengono rispettate nella lunga durata,“diventano anche difficili da capire – specie quando divengono sempre più complesse – e quindi da rispettare”. In questo quadro, la politica non aiuta, anzi. Non solo per il populismo berlusconiano che, assai democraticamente, rappresenta direttamente, amplifica e incoraggia la crisi cognitiva degli italiani e i suoi protagonisti sociali. Ma anche a causa di un’opposizione vittima di un moderatismo che significa soprattutto “accettazione dei parametri generali, farsi voce del vasto ceto medio rampante e/o patrimonializzato, e identificarsi coi suoi destini,conformismo culturale e sociale (...) non ammettere una rappresentazione dei problemi della società (…) in termini di scelte strategiche, che invece è essenziale per il riformismo”. Un’attitudine che in ultima istanza non fa che confermare i grandi mali dell’Italia di oggi: lo strapotere dell’economia delle rendite, la devastazione dei beni comuni, le diseguaglianze sociali, lo spreco orrendo delle competenze del sapere. La prospettiva di un riformismo realista e quindi radicale – il cui programma fondamentale dovrebbere essere quello di una società della conoscenza equa e sostenibile, alla cui trattazione Donolo dedica l’ultimo capitolo – è lontana perché tutte le forze politiche, anche il Partito democratico, vedono nei ceti medi (soprattutto nella loro versione patrimoniale), il “toccasana elettorale”. Un fenomeno che si accompagna a quello della scomparsa politica del lavoro dipendente, a cui la politica guarda più “come proprietari di casa che come produttori”. Purtroppo anche il sindacato, che per l’autore rimane una grande riserva democratica, non esprime appieno il suo potenziale: perché, nella sua agenda,“i temi della sostenibilità, della società della conoscenza e di un welfare capacitante restano ancora in panchina”, mentre senza questi “input culturali strategici e organizzativi il lavoro disperso non potrà ricoagularsi su piattaforme abbastanza general in modo da agire come fattore sociale coesivo”. Per ridare un orientamento a questa Italia sperduta, bisogna puntare – afferma Donolo – su quelle “minoranze attive” che possono giocare un ruolo fondamentale nel sedimentarsi ed eventualmente nel prevalere di un modello alternativo a quello oggi vincente. In particolare, a far ben sperare è la vitalità di una minoranza di giovani “non contestari ma tenacemente costruttivi”, impegnati in prima persona nella costruzione di una società dell conoscenza, della sostenibilità e dei beni comuni. Minoranze attive che devono avere, e oggi già hanno, un ruolo soprattutto culturale,“finalizzato alla revisione di alcuni stereotipi di base: primazia del tempo breve, egotismo campanilistico, politica come professione, eteronomia della produzione culturale, rapina dei beni comuni”. Il tempo lungo della cultura, questa la speranza dell’autore, dovrebbe a un certo punto diventare tanto prolifico e resistente da irrompere nel tempo breve della politica, ridandole finalmente respiro.