Recensione
Goffredo Fofi, L'Unità, 02/04/2011

Quando il lavoro diventa una catastrofe

Un manifesto murale della Cgil né chiaro né forte ci ricorda in questi giorni la tragedia dei morti sul lavoro, degli incidenti che ogni giorno uccidono o storpiano decine, centinaia di lavoratori, ormai in buona parte immigrati. Ho letto un bellissimo libro che rimanda a questo tema, e ne sto leggendo un altro, decisamente eccezionale, sulla classe operai di altrove. Il primo affronta una tragedia e un ambiente particolari, la catastrofe di Marcinelle, Belgio, del 1956 che strappò la vita a 262 minatori di dodici nazionalità, 136 dei quali italiani provenienti per la maggior parte dall’Abruzzo, dalle Marche, dal Veneto - regione oggi malauguratamente razzista. Il secondo l’ha scritto un grande rappresentante della nostra storia orale, Alessandro Portelli, ed è probabilmente il suo capolavoro, si intitola America profonda (Donzelli) e mette in ordine con bel piglio narrativo i minuziosi, appassionanti risultati di una ricerca durata dal 1964 al 2007 su “due secoli” di storia della comunità di Harlan County, Kentucky, al centro di una zona mineraria montana tra le più depresse degli Usa. Sul libro di Portelli bisognerà tornare. Il primo che ho citato è opera di Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere della sera (dove inchieste come questa non trovano posto da anni mentre abbondano le opinioni e lezioni del suo non amabile staff) che su quelle pagine si occupa di “cultura” e non di “società”, ma soprattutto autore di notevoli romanzi, spesso di ambiente siciliano o sul tema dell’emigrazione italiana in Europa. Paolo Di Stefano viene da una famiglia di emigrati, credo in Svizzera, ed è stata questa la molla, credo, che lo ha portato a raccogliere le memorie (anche qui con i metodi e l’attenzione che esige la storia orale) e i documenti che compongono La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 (Sellerio). Non mi vergogno a dire che leggendo questo libro ho avuto a volte le lacrime agli occhi, anche perché vengo anch’io da una famiglia di proletari emigrati (nella banlieu parigina) e in gioventù ho visitato parenti che abitavano dalle parti di Villerupt, a due passi da Charleroi e dunque da Marcinelle. La tragedia c’era già stata, la “catastròfa”, come dicevano e dicono gli immigrati italiani francesizzati, e tutti ancora ne parlavano. Era un ricordo indelebile soprattutto per chi era sopravvissuto e per chi vi aveva perso un padre, un figlio, un fratello, un amico. Di Stefano ha incontrato dei vecchi - i minatori - e delle vedove, ma anche dei figli, persone che avevano pochi anni o anche giorni di vita ma la cui vita è stata segnata da quell’avvenimento. La vivacità delle trascrizioni, la varietà degli accenti che par di sentire rimanda alla durezza del vivere di quei tempi, e ogni racconto ha la sua particolarità, la sua individualità. «A Marcinelle si viveva con gli amici e per gli amici. Me, da veneto, andavo d’accordo con tutti, anche con quei sacramenti di abruzzesi...», dice Vittorio. E la distanza che molti belgi stabilivano con gli italiani scomparve, dicono tutti, di fronte alla tragedia. Ci sono storie bellissime, in questo libro, che vengono abilmente intrecciate con le testimonianze desunte dagli atti processuali. E c’è la chiara coscienza di un rapporto con la “madre patria”, e che madre e che padre, di un dare tanto senza avere in cambio niente. E’ anche questa la ragione per cui i più hanno preferito allora rimanere in Belgio, diventare belgi. «Con il nostro lavoro e con i soldi che mandavamo al paese abbiamo rimontato l’Italia e siamo stati pure maltrattati», dice Geremia. «Eravamo 50 mila in tutto il Belgio, eravamo 30-40 mila solo nella Vallonia. Prima però c’è da dire che il Belgio per mille operai ricevuti regalava all’Italia da 2.500 a 5.000 tonnellate di carbone. Non so se mi spiego, non so. Ora ne viene uno che ha bisogno dello psichiatra, come il senatore Bossi, a dire che noi del Sud siamo parassiti: non sanno che noi, dopo la guerra, abbiamo messo in piedi l’Italia!», dice Vincenzo. Sono dei vecchi che ricordano e che sanno, che hanno capito sulla propria pelle come va il mondo, cioè come funzionava l’Italia della ricostruzione e come tuttora funziona l’Italia della politica in mano a classi dirigenti perfino peggiori di quelle di allora. Siano o no “buoni” gli operai di oggi, certamente sono, come quelli di ieri, degli sfruttati da pochi ricchi incuranti della “cosa pubblica”. Dà conferma economica di tutto questo un importante saggio storico di Andreina De Clementi, Il prezzo della ricostruzione. L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra (Laterza), ricco di notizie e dati, di prove. Anche per questo La catastròfa è un libro da leggere, perché ci ricorda la necessità della “lotta di classe”, le sue eterne ragioni