Recensione
Redazione, Il Segnalibro n.172, 01/04/2011

Città eterna, nobilissima e plebea

E' una città eterna e fuggitiva, nobilissima e plebea, sempre in bilico tra il cammeo e la patacca, quella raccontata da Carlo Levi in questi scritti, che "sembrano inseguire Roma, nel suo splendore fuggitivo, nelle mosse in cui la sua bellezza pare espandersi, aprirsi a un nuovo sviluppo civile" come sottolinea Giulio ferroni nella sua presentazione. Sfila in queste pagine inrense, scritte tra il 1951 e il 1963, una moltitudine di tipi e personaggi, veri ritratti parlanti e gesticolanti di un mondo popolare, di antichissima civiltà, governato dalla più flemmatica e scettica filosofiadi vita e insieme dotato di sorprendente vitalità: "E' il popolo meno retorico, meno idolatrico e meno fanatico della terra. Neanche il tempo lo commuove e lo spaventa, perchè l'ha tutto raccolto sull'uscio, a portata di mano, poichè Roma è l'immagine stessa del tempo, della infinita contemporaneità." Si sente il respiro di una città bellissima, in cui risplende tutta l'autenticità di una "umile Italia" , non ancora oppressa dal degrado , e tuttavia già insidiata dalle trasformazioni sempre più accelerate degli anni sessanta, sotto i colpi della speculazione e della cattiva politica, di una frettolosa e incolta modernità. Vissuta dall'interno, nella sua più viva concretezza, la Roma degli anni cinquanta e sessanta - fissata in queste pagine negli scatti di Allan Hailstone, giovane turista inglese, che nel 1956 per la prima volta percorre le strade della capitale- appare una "meraviglia" minacciata , quasi mitica, che non cessa di incantare con il suo fascino di cose perdute. Levi ci accompagna dentro questa città di sogno: dalle feste popolari di San Giovanni e della Befana a piazza Navona, al frastuono della fine dell'anno, al teatrino di Pulcinella al Pincio, al vuoto affascinante del Ferragosto....