Recensione
Paola De Simone, L'Isola della musica italiana, 01/03/2011

Odio l'estate

«Uno che merita un volume di storia della musica e del costume tutto per sé»: così Bruno Martino era definito da Ernesto Bassignano nell’opuscolo che presentava le date dell’artista con Umberto Bindi al Teatro Flaiano di Roma nel 1993. Invece Paola De Simone, giornalista musicale apprezzata da oltre un decennio in radio e sulle testate web, ha scoperto che di libri specifici su Martino ancora non ne esistevano e ha deciso con cura e passione di scrivere proprio il volume che avrebbe voluto già trovare in libreria. Questo libro, che alterna in modo vivace ed interessante notizie, dati, aneddoti, giudizi critici e testimonianze esclusive, si sviluppa, come anticipa il titolo, intorno al brano Odio l’estate, meglio noto come Estate dopo la fortunata versione in chiave bossa nova di João Gilberto del 1977, lo standard jazz italiano più famoso al mondo, con oltre 400 rivisitazioni, da Jimmy Fontana a Capossela, da Renato Sellani a Fabrizio Bosso e Sergio Cammariere, tutti presenti a firmare i contributi esclusivi del volume, da Chet Baker a Mathieu Michel e Michel Petrucciani. In tempi di scarsa, ancora dilettantesca promozione, il cammino di questa canzone, con testo di Bruno Brighetti e musica di Martino, cominciò in realtà in salita: volutamente si teneva lontana dalla più fortunata banalità vacanziera delle canzoni da ombrellone, per custodire la malinconia più intima dell’estate come stagione dell’ «inganno», della «fuggevolezza delle cose», del «vuoto», e questo non ne decretò il successo immediato. Eppure la sua eleganza, dotata di una struttura apparentemente semplice, ideale da rileggere ad emozioni a fior di pelle con le improvvisazioni jazz più variegate, con il tempo ha avuto ragione, al di là di ogni più rosea previsione degli autori.

Tra i ricordi sull’uomo (come quelli commossi della seconda moglie Fiorelisa Calcagno) e sull’artista scopriamo d’altronde un Martino umile, discreto, riservato, caratteristiche che forse – come afferma Brighetti – non gli consentirono di inserirsi più stabilmente e fruttuosamente nei circuiti delle colonne sonore cinematografiche, ma che lo portarono però a concepire la musica con la serietà di chi sa comprendere il valore dello studio. Persino nei viaggi in cui il suo complesso portò il suo repertorio («completo», perché divertente, raffinato ed intenso) all’estero e da cui tornò in patria finalmente con la meritata gloria, Martino non smise mai di imparare, di affinare la tecnica, di carpire i segreti di nuovi ritmi, assieme soprattutto all’eclettico Brighetti (che suonava tumba, vibrafono, trombone e fisarmonica). Estate ha ormai 50 anni, ma non li dimostra: resta con la sua delicatezza amara ad immortalare il meccanismo doloroso dell’illusione della felicità durata una sola stagione e rimpiazzata dalla delusione, resta come testimonianza della musica confidenziale italiana più colta, legata ad un’epoca e destinata al futuro, anzi destinata al futuro proprio perché legata ad un’epoca che non è più, quella «fumosa e raffinata» dei night club.

Ed allora Paola De Simone ci conduce anche in un’altra Italia, che, uscita dal fascismo, che aveva censurato il jazz esterofilo, e dalla guerra, riprendeva a ballare ritmi americani e sudamericani, ma anche sulle note della canzone italiana, nei nuovi locali che nascevano nelle grandi città (Roma in primis) e nelle località balneari più gettonate. I night club ci appaiono così fino alla prima metà degli anni Settanta come luoghi “puliti”, in cui la droga era il vizio di pochi, mentre i più avevano voglia solo di ascoltare buona musica, in un posto che facilitava i rapporti umani, sia con e tra i musicisti, sia tra il pubblico.

Da allora “la musica non è finita”, ma questo volume, corredato anche di preziosi inserti fotografici, ci ricorda spesso quanto sia cambiata negli anni.

Nella storia che oggi si può raccontare d’altronde, per parafrasare le parole di Fiorelisa Calcagno, manca quello che Martino avrebbe potuto essere: negli anni Novanta la sua attività non ebbe più visibilità, tanto che alla sua morte nel 2000 si parlò erroneamente di un suo precedente ritiro dalle scene. E se fu già il tempo degli urlatori e il rock n’ roll ad offuscare sì un Bruno Martino volutamente (quasi polemicamente!) leggero a Sanremo, ma con nomi del calibro di Mina e Celentano, anche il Festival, un po’ nostalgicamente, non sembra più a molti lo stesso («un evento trascurabile, uno spettacoletto di varietà», lo definisce Brighetti), perché forse – possiamo ipotizzare ancora con Brighetti – la musica di qualità ora trova difficilmente il meritato successo. E l’anima jazz di Martino, che pure nella sua «umiltà disarmante» (come la definisce Vinicio), non si definì mai jazzista, è oggetto di ammirazione sconfinata (vi basti sapere che Herbie Hancock si sarebbe inginocchiato al nome di Martino davanti a sua moglie?) soprattutto all’estero, dall’America al Kirghizistan, dal Giappone all’Argentina. L’Italia di quel cantautorato di classe che ogni tanto riesce ad uscire dalla nicchia di pochi cultori per poi magari rischiare di spegnersi nella canonizzazione di un’ex rivoluzione, non ha dimenticato, ma l’elenco delle versioni italiane di Odio l’estate contenuto in appendice al volume è ben più risicato di quello internazionale e suscita la domanda: quanto l’Italia ama la sua tradizione più nobile? E quante volte invece quest’ultima non è solo pretesto per l’ennesima strenna più o meno natalizia, appena al di là del karaoke, o non è solo sfruttata per riciclare all’infinito stilemi e temi, ma è coltivata con religioso entusiasmo fino a farsi stimolo per creare ancora con la stessa professionalità stacanovista ed ispirazione genuina di “maestri” come Bruno Martino? Paola De Simone ci ricorda che anche l’estate degli italiani non è più la stessa e non si percepisce forse più l’incanto semplice di una domenica di sole e mare o dello sguardo lontano di una ragazza. E a fronte di quelli odierni, anche i tormentoni estivi di ieri che l’Italia del juke-box preferì a quel netto, controcorrente Odio l’estate sembrano esempi di «uno stile e una classe andati smarriti nel tempo». Ma c’è sempre tempo per ritrovare ciò che si è perso per strada.

Intanto ci associamo alla speranza dell’autrice che questo libro possa sottrarre dalla tentazione dell’oblio le canzoni di «indiscussa eleganza e atemporalità» di Bruno Martino e che presto sul cammino da lei tracciato per ricordare il suo nome si possano «scorgere nitidamente altre orme».